Cultura 1 Nov 2016 12:00 CET

Ma chi l'ha detto che Longanesi fosse conservatore?

Raffaele Liucci dedica un libro alla sua figura, mentre si concludeil settantennale della nascita della casa editrice e nel 2017ricorre il al sessantennale della scomparsa del suo fondatore

Mentre si conclude il settantennale della nascita della casa editrice Longanesi e ci si prepara, nel 2017, al sessantennale della scomparsa del suo fondatore, arriva il terzo libro dedicato alle due circostanze. È Leo Longanesi. Un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica (Carocci, pp. 173, euro 16,00) di Raffaele Liucci, già autore del precedente L'Italia borghese di Longanesi (Marsilio, 2002) e (con Sandro Gerbi) di una biografia in due volumi del longanesiano Indro Montanelli. Un lavoro, quello appena arrivato in libreria, che in ordine di tempo si affianca all'antologia di scritti longanesiani (curata da Pietrangelo Buttafuoco, un giornalista e scrittore che di Longanesi si è nutrito, e intitolata Il mio Longanesi, collana Il Cammeo, pp. 256, euro 18.60) e alla precedente biografia critica Leo Longanesi. Il borghese conservatore (Odoya, pp. 197, euro 18,00) firmata da Francesco Giubilei.Il vantaggio della pubblicazione di Liucci sta però nell'aver avuto accesso a una serie di carteggi e diari provenienti da archivi esplorati qualche anno fa e oggi diventati inaccessibili. Elemento che sicuramente aggiunge una serie di particolari molto utili per cogliere la poliedrica personalità di Longanesi oltre alcuni cliché che impediscono di coglierne tutta la portata e l'attualità.Frutto, quindi, di un ricco spoglio di documenti inediti, il lavoro di Liucci si appunta non su tutto l'arco biografico e pubblicistico del giornalista romagnolo ma sull'ultima fase della sua parabola, quella databile tra il '43 e il '57. Ne esce uno spaccato del postfascismo visto attraverso una personalità che, uno per tutti, Leonardo Sciascia definì «fascista senza essere fascista», nel senso di un giovane intellettuale che si espresse liberamente nel fascismo strapaesano, che collaborò giornalisticamente con Mussolini ma che non si fece problemi a fare la fronda fino all'ultimo giorno del regime.Quando poi, nel 1950, Leo manda in edicola la sua ultima creatura giornalistica, Il Borghese, precisa da subito che si trattava di una testata «né comunista, né fascista, né liberale, e nemmeno socialista», giacché contrastava «ogni forma di retorica e di soprusi politici». Una "linea" politico-culturale che il Longanesi descritto da Liucci, quello del secondo dopoguerra, spiegherà a chiare lettere: «Oggi nel mondo delle idee, come si usa dire, c'è un solo modo di agire: pensare contro. Essere favorevole a qualcosa o a qualcuno è già un modo di rinunciare alla propria libertà. Io sono favorevole a tutti i manifesti elettorali che inveiscano contro gli avversari, ma sono avverso a tutti i manifesti in cui si elogia questo o quello».Intanto, come sottolinea Liucci, in tutta la parabola di Longanesi c'è una costante passione, solo apparentemente paradossale, per gli anarchici. Nel suo romanzo autobiografico Una vita, del 1950, così concludeva: «? ma il vento / il vento che piega i cipressi / perché non solleva, Gesù Maria / la vecchia bandiera dell'Anarchia!… ». Niente di strano per chi, come sostenne il suo discepolo, sodale e amico Indro Montanelli, incarnava al meglio «la figura dell'anarchico italiano», un anarchico romagnolo di stampo risorgimentale, sicuramente pieno di contraddizioni e di idealità. E il cui spirito libertario e guascone è ben rappresentato dai simboli delle sue creature editoriali del dopoguerra: le due spade incrociate della casa editrice Longanesi & C. e l'omino con la pistola pronto al duello della rivista Il Borghese. Rievocando proprio il significato di quell'omino, uno dei suoi giornalisti, Corrado Pizzinelli, scrisse: «Longanesi era pieno di contraddizioni come infine siamo un po' tutti ed erano tutti i suoi borghesi, tra i quali lui metteva anche Gaetano Bresci, l'anarchico che uccise Umberto I a Monza. Perché Il Borghese era il foglio di un anarchico che pensava di proteggere così la borghesia?». Niente di conservatore o di improntato al conservatorismo, quindi.Nato nel 1905 a Bagnacavallo in Romagna – suo nonno era stato amico dell'anarco-socialista Andrea Costa – è vero che Leo (poldo) a quindici anni era già fascista. «Appena infiliamo i calzoni lunghi, corriamo a iscriverci al Fascio», scrisse. Ma la sua attrazione per il "nero" era particolare, affondando le radici nei suoi sogni e miti da adolescente: «Il nero dei cospiratori mazziniani, il nero – annotò alla sua morte Guglielmo Peirce, un'altra delle firme del Borghese – della Carboneria, il nero degli arditi della Grande Guerra, il nero dannunziano dei legionari di Fiume. Ma anche il nero delle bandiere dei pirati, delle scorrerie». E anche nel fascismo, Longanesi sceglie Strapaese, la covata che si raccolse attorno al Selvaggio di Mino Maccari. Dei suoi precoci esordi giornalistici, dirà Paolo Cesarini, un altro giovane strapaesano: «Destava insieme ammirazione e sospetto per la carica enorme di energia fortemente venata di anarchismo che fluvialmente diffondeva?».Come annota ora Liucci, «la Romagna ottocentesca, garibaldina e un poco anarchica, sarebbe rimasta, per Longanesi, uno dei suoi prediletti luoghi della memoria». Tanto che in uno dei primi numeri del Borghese si legge: «Lo sviluppo anarchico italiano fu correlativo – questa l'osservazione longanesiana – allo sviluppo della borghesia italiana. L'anarchismo fiorisce precisamente nei decenni in cui fiorisce quel poco di borghesia, nel senso esatto, ottocentesco della parola, che abbiamo avuto. Le proteste individuali anarchiche contro l'ordine costituito sono sincrone con le iniziative individuali borghesi. Gli Acciarito i Bresci, i Lucheni, i Coserio, sono coetanei, o di poco posteriori, ai Pirelli, ai Perrone, ai Crespi, agli Agnelli». Una particolare passione per gli anarchici che Longanesi condivise, come abbiamo detto, con Montanelli, il quale non solo nel '47, proprio con le edizioni Longanesi, pubblica una biografia simpatetica di Aleksandr Herzen, ma ancora nel 1992 sul suo Giornale dedicava l'editoriale alla figura di un anarchico: «Sta a noi – annotava – ricordare nel centenario della morte colui che della contestazione fu il vero e più nobile padre: Carlo Cafiero». Era il ricordo – secondo Montanelli doveroso – del grande anarchico italiano, del ribelle che coerentemente aveva dedicato la vita a organizzare rivolte «col fucile in pugno e il volto scoperto, mazzinianamente convinto che bastasse un gesto sacrificale, la scintilla per scatenare la rivoluzione».Assodato questo, e preso atto anche delle battaglie anticlericali e laiche del Borghese, del suo parallelismo con quanto parallelamente condotto da quelli del Mondo, della presenza di firme nel foglio longanesiano non certamente ascrivibili a destra – da Gaetano Baldacci a Giovanni Spadolini, da Guglielmo Peirce a Nantas Salvalaggio – così come della gran parte delle scelte editoriali della casa editrice di Longanesi, resta a nostro avviso davvero fuori luogo il catalogare l'esperienza del giornalista di Bagnacavallo a una presunta area conservatrice. Come spiegare, d'altro canto, la pubblicazione in esclusiva nella casa editrice con le due spade incrociate delle opere del filosofo britannico Bertrand Russell, socialista-libertario e pacifista, di una silloge di scritti dell'anarco-socialista Francesco Saverio Merlino o del saggio sulla rivoluzione russa I dieci giorni che fecero tremare il mondo di John Reed? Longanesi muore nel '57, il Borghese continuerà con la direzione di Mario Tedeschi e, soprattutto negli anni '60-70, fiancheggerà la costruzione in Italia di una destra politica. Questa è però tutta un'altra storia, non ascrivibile a Longanesi, anche se l'equivoco si è in qualche modo "retrodatato" nell'immaginario?Longanesi era infatti altro, personalmente abbiamo parlato di una sua "via italiana al libertarismo". E su una figura complessa come quella di Longanesi, vale quanto precisò Bobi Bazlen, uno dei fondatori della casa editrice Adelphi: «In un mondo di gerarchi gonfi e di antifascisti sgonfiati, Longanesi ha sempre ragione». E in effetti, precorrendo tutti sui tempi, aveva sempre cercato l'affermazione di una via italiana alla modernità in politica e nella cultura. Di lui – che fu il primo storicamente a ipotizzare l'anti-antifascismo e il postfascismo e come scrive Liucci a introdurre il revisionismo storiografico – potremmo semmai ricordare tante cose, a cominciare dal fatto di aver messo su già nel '46, una casa editrice che precorse in alcune delle sue scelte e dei suoi autori il catalogo della futura casa editrice Adelphi. Fu lui, tra l'altro, a introdurre in Italia, il "libro tascabile" e a imporre scrittori e pensatori irregolari e non inquadrabili nel conformismo italiano dell'epoca, da Ernst Jünger a Bertrand Russell, da George Orwell a Joseph Roth, da Aldous Huxley a Ernst Cassirer?Ma dove Longanesi dimostrò al meglio tutto il suo non-conformismo è nel suo spirito da scopritore di talenti: fu lui a scovare e lanciare, tra i tanti, figure come Giuseppe Berto, Steno e Ennio Flaiano. E proprio Flaiano – che nel frattempo era diventato caporedattore de Il Mondo, la pubblicazione fondata dagli ex longanesiani Pannunzio e Benedetti – raccontò che Longanesi gli fornì i mezzi per mettersi a scrivere, «aggiungerò, di cose di cui non sapevo assolutamente niente». Lo scrittore pescarese, infatti, aveva infatti cominciato a scrivere proprio su Omnibus, la seconda rivista diretta da Longanesi. Nel secondo dopoguerra, Flaiano, che si occupa di cinema a tempo pieno, si ritrova con Leo, partito con l'avventura della sua casa editrice. E Longanesi rinnova al pescarese l'antico invito a scrivere un romanzo. Ricorderà Flaiano: «Dovevo rivederlo a Milano, nel duro inverno del '46. Passeggiavamo cortesemente, una sera di dicembre, quando si fermò e mi disse: "Mi scrive un romanzo per i primi di marzo? "». E nel marzo del '47 Flaiano consegna a Longanesi Tempo di uccidere. Vinse il primo Premio Strega.Ed eccoci al 27 settembre '57. Scriverà Flaiano al comune sodale Mino Maccari: «Ero a Fregene quando ho saputo dai giornali la fine di Longanesi e ho pensato a te ch'eri suo vero amico. Volevo scriverti. Ho scritto invece un piccolo ricordo sul "Diario notturno", di cui mi sono pentito perché ho visto che tutti si sono gettati a scrivere di Longanesi e a rivendicarlo?».Quelli del Mondo, che pure avevano imparato tutto da lui, non erano stati generosi: «I conti con Longanesi – si leggeva su una colonna anonima del settimanale radical-azionista – sono sempre aperti. E la discussione che da più di 20 anni correva tra lui e i vecchi compagni non si è chiusa davvero con la sua morte improvvisa». Quegli ambienti non esitavano a prendere fino in fondo le distanze dal grande maestro del giornalismo italiano: «Su questo giornale abbiamo per anni evitato di fare perfino il suo nome? Si era allontanato dai vecchi amici per capeggiare un drappello di guastatori?».Ma sulle pagine dello stesso Mondo, nella sua rubrica "Diario notturno", l'amico Flaiano non poteva fare a meno di distinguersi: «Ho ricordato come l'avevo conosciuto vent'anni fa, in una birreria dove, dopo quattro chiacchiere mi disse: "Si metta a scrivere e non perda tempo". Me lo ordinò addirittura, senza spiegarmi le ragioni che io non vedevo chiare. Era il suo modo di convincere i pigri e i delusi della mia specie? Sei anni dopo lavoravamo insieme a un film e l'8 settembre lo sorprese mentre lo stava dirigendo. Era il suo primo film, mai finito, la storia di un vecchio anarchico che mette la bomba sotto un palazzo e poi va ad avvisare tutti gli inquilini che hanno ancora dieci minuti di vita. Era certo lui, Longanesi, il vecchio anarchico». Del resto, fu lo stesso Mussolini a raccomandargli in vita: «Voi siete anarchico. Siatelo per molti anni, finché lo potete. È una ricetta per restare giovani». E lui, secondo noi, lo restò fino alla fine.