Editoriali 19 Oct 2016 11:06 CEST

La sessuofobia non va bene (ma solo in America)

L’editoriale

Massimo Fini è un ottimo giornalista e un gran commentatore, da molti anni: acuto, anticonformista. Però forse ha un difetto: è distratto. Succede a molto intellettuali. Lui, per esempio, non bada molto a dove scrive. Da parecchi anni scrive sul “Fatto Quotidiano”. Credo, più o meno dalla fondazione, cioè dal 2009. La settimana scorsa avevamo commentato positivamente un suo articolo, nel quale proponeva un segreto istruttorio tombale, che ponesse fine alla fuga di notizie suoi processi. Tutto giusto – avevamo osservato – ma poi “Il Fatto” che fa? Chiude?Questa settimana ci tocca dargli ancora ragione. Ha scritto, sempre sul “Fatto Quotidiano” un breve articolo intitolato: «Dio ci protegga dai sessuofobi americani». Nel quale frusta a sangue i bigotti del partito democratico di Hillary che riescono ad attaccare Trump solo per il suo sessismo -verbale o reale, non lo sappiamo – e frusta anche gli altrettanto bigotti “trumpisti” che attaccano Hillary per le amanti del marito. Dice Fini (riassumo): «Basta, basta! Non sarebbe meglio parlare di programmi politici? Non se ne può più di questa volgare sottocultura americana! ».Io dico: giusto. Ma possibile – mi chiedo – che Fini non si sia neanche accorto che il giornale per il quale scrive è nato guidando una campagna a tappeto contro l’allora presidente del Consiglio, accusato di essere un “mandrillo”? Non credo che Fini non abbia mai sentito parlare di Noemi, di Daddario, di Ruby, di Minetti, e poi di tutte le cosiddette (dai giornali e dai magistrati) olgettine, tipo Sorcinelli, Polanco, Ciprinai e un’altra ventina, che ora sono anche sotto processo. Non credo che non sappia che dal 2009 al 2103 l’intera opposizione parlamentare, la stragrande maggioranza dell’intellettualità, la parte largamente più forte del giornalismo (e soprattutto il suo giornale) hanno fatto della questione sessuale la madre di tutte le questioni, hanno ottenuto un intervento massiccio della magistratura, hanno innescato svariati processi giudiziari, hanno mobilitato l’opinione pubblica internazionale, e alla fine hanno rovesciato il presidente del Consiglio e ottenuto il potere di stato per i suoi avversari.L’Italia in quei quattro anni è stata il più gigantesco laboratorio di sessuofobia mai esistito in politica. E il risultato di quella sbornia è stato il rinsecchimento della sinistra (che ha perso ogni capacità di lotta sociale) e del giornalismo (rimasto privo di strumenti critici che non fossero il moralismo più esasperato e reazionario).E’ un ottima cosa se Massimo Fini, e magari altri intellettuali come lui, volessero aprire una riflessione sull’imbarbarimento avvenuto nella vita pubblica, proprio sulla spinta di una nuova categoria, che potremmo definire l’odio sessuale (che ha preso il posto dell’odio di classe): però magari potrebbe bello capire che non si può essere contro la sessuofobia americana e chiudere gli occhi di fronte a quella italiana. E magari Fini, a questo punto, potrebbe andare a scambiare due idee con il suo direttore attuale. Anche perché non c’è molto da discutere: se in questi anni fosse esistito il segreto istruttorio e non fosse esistita la sessuofobia, beh, magari la vicenda politica italiana sarebbe stata un po’ diversa, no?