Editoriali 13 Oct 2016 11:41 CEST

E il "Fatto" scoprì la riservatezza

L’editoriale

C’è un titolo sul “Fatto Quotidiano” di ieri (richiamato anche in prima pagina) francamente sensazionale. E’ questo: «Segreto istruttorio, è ora di riesumarlo».L’articolo che sorregge questo titolo ad effetto è una riflessione molto ragionevole di Massimo Fini. Cosa c’è di sensazionale in questo titolo? Due cose: la prima è che campeggi sulle pagine del “Fatto”.Cioè sul giornale che fino a ieri mattina considerava l’ipotesi del segreto istruttorio una vera e propria mordacchia degna solo di stati totalitari e di dittature feroci. Una minaccia per la libertà di stampa. Negli ultimi venti o trenta giorni la demolizione di ogni ipotesi di segreto nelle indagini aveva fatto capolino almeno una decina di volte negli editoriali di Travaglio. L’ultima volta è stato venerdì scorso, quando il direttore del “Fatto” ha scritto un articolo indignato contro la Procura di Roma che – rispettando a sorpresa la legge – aveva mantenuto riservata per diversi mesi l’informazione sulle indagini in corso (per “Mafia capitale”) sul presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti. Ma che modo è?, si era lamentato Travaglio: ci avvertite che state indagando su Zingaretti quando avete già deciso di archiviare? E noi come facciamo a metterlo sulla graticola? E’ una vigliaccata…Capite bene che dopo aver letto quell’articolo – francamente paradossale – di Travaglio, non si può non fare un salto sulla sedia trovandosi a leggere l’articolo di Fini.La seconda ragione sello stupore sta in quella parolina: «ora».  Che vuol dire «ora»? Da circa 24 anni l’assenza del segreto istruttorio e la violazione della Costituzione e dello stesso codice di procedura penale – da parte di inquirenti e giornalisti – ha provocato decine e decine di crisi di governo, sia a livello nazionale che regionale o locale. Ha sterminato alcuni partiti politici. Ha raso al suolo carriere di decine di dirigenti di partito poi risultati innocenti. Ha provocato cambi di maggioranze parlamentari e regionali e rovesciamenti di risultati elettorali (come successe a Berlusconi nel 1995 e forse anche nel 2011 e come successe a Prodi nel 2006). Ha anche spinto alcuni nostri concittadini al suicidio, ai tempi di Tangentopoli.Dunque perché “ora”? Cosa c’è di nuovo e di così più grave della caduta dei governi? Non ci vuole molto a capire a cosa si riferisca quell'”ora”: al caso Muraro. Al coinvolgimento dei “5 stelle” in inchieste giudiziarie, e soprattutto in robuste fughe di notizie delle quali sono protagonisti magistrati e giornalisti dei grandi giornali e vittime, stavolta, i grillini. E questo fa indignare il giornale che, più o meno apertamente, rappresenta le ragioni e gli interessi del movimento di Grillo.Detto ciò, l’articolo di Massimo Fini è una riflessione molto seria sulla prepotenza di parte della magistratura e sulla infingardaggine di settori molto grandi del giornalismo, ai quali appartiene, a pieno titolo, il giornale per il quale Fini scrive. Fini propone una soluzione drastica, e legislativa, al problema, e chiede il segreto tombale sulla fase delle indagini. In realtà non ci sarebbe bisogno di nuove leggi: questo segreto già è previsto dalla Costituzione, che all’articolo 111 (piuttosto sconosciuto nel dibattito pubblico, e aborrito sicuramente da molti magistrati e giornalisti, e forse anche da un certo numero di costituzionalisti, visto che quasi mai viene citato) prevede il diritto degli indagati ad «essere informati riservatamente» dell’avvio delle indagini su di loro. In questi anni, almeno se l’indagato era di qualche notorietà (ma non solo) la riservatezza si è realizzata, di solito, con una conferenza stampa, oppure con la diffusione della notizia attraverso un giornale amico.E’ importante che persino la parte più giustizialista dell’intellettualità e del giornalismo italiano inizi a porsi qualche domanda su queste pratiche barbare di azione giudiziaria e di lotta politica. Potrebbe essere l’inizio di un ripensamento, di un ritorno al mito, ormai dimenticato, dello stato di diritto.P. S. Sul “Fatto” prosegue la campagna contro l’immunità parlamentare. In particolare contro l’estensione dell’immunità parlamentare ai 100 consiglieri regionali (o sindaci) che, con la riforma costituzionale, diventeranno senatori. Campagna nobile e di alto valore etico. Però infondata. Sarebbe come se i circoli repubblicani (se esistono: sennò potremmo fondarli) raccogliessero le firme per l’abolizione dei titoli nobiliari: marchese, principe, barone…. I titoli nobiliari non esistono più da 70 anni, abolirli è impossibile. L’immunità parlamentare non esiste più dal 1993. E’ stata tolta dalla Costituzione (forse con un colpo di mano, al quale nessun costituzionalista si oppose…). E’ rimasta l’impunità dei parlamentari per i delitti di opinione (e magari sarebbe il caso di estenderla a tutti i cittadini) e il divieto di arresto e di perquisizione senza autorizzazione delle Camere (immagino che neanche Travaglio vorrebbe abolire queste minime garanzie per la democrazia rappresentativa). Oltretutto questa forma molto blanda di “protezione” è attualmente a favore di 315 senatori: se vince il sì sarà a favore solo di 100 senatori, quindi si ridurrà. Questo non toglie nulla all’ipotesi che Renzi sia un farabutto matricolato; però, insomma, non dovrebbe essere tanto difficile trovargli colpe più verosimili…