Cultura 16 Sep 2016 19:50 CEST

Quella volta che Craxi mi abbracciò e disse: «Lo dobbiamo salvare»

Nell’iniziativa del leader socialista c’era una visione garantista e la tutela del singolo individuo anche di fronte alla ragion di Stato. Infatti solo nei confronti di Moro si rifiutò la trattativa

La storia politica e personale di Aldo Moro è segnata da elementi molto contraddittori, ma la contraddittorietà è nella storia politica dell'Italia che è stata segnata dalla coesistenza di un vasto e forte establishment istituzionale, politico, economico con tendenze eversive arrivate fino alla pratica di un terrorismo del tutto ideologico.Aldo Moro – che con Dossetti, La Pira, Fanfani fece parte di quella comunità politica che nella Dc degli anni 40 più si impegnò nella stesura della Costituzione repubblicana – si formò negli anni 30 nella Fuci, che aveva la supervisione di Mons. Montini. A sua volta Fanfani si formò all'Università del Sacro Cuore. Infatti, negli anni del fascismo, la Chiesa seguì una linea assai articolata. Per un verso realizzò con Mussolini un compromesso, che diede largo spazio alle tendenze clerico-fasciste, ma il Concordato del 1929 fu assai utile a entrambe le parti. Nel contempo nella Fuci e nell'associazionismo cattolico veniva fatta maturare una classe dirigente potenzialmente alternativa o sostitutiva. La formazione di Aldo Moro fu giuridica ed etico-politica. Quella di Fanfani fu invece di carattere economico e combinò insieme la dottrina corporativa fascista e le nuove teorie provenienti dagli Usa (il cosiddetto volontarismo americano) che costituivano il retroterra culturale del New Deal. Ma nei confronti del New Deal l'attenzione di alcuni settori del fascismo fu più rilevante di quanto non si racconti.Alle origini a guidare la "comunità del porcellino" c'era Giuseppe Dossetti che però era portatore di una linea di "unità nazionale", di apertura al Pci, non solo del tutto contraddittoria con quella degasperiana, ma anche con la divisione internazionale del mondo e con gli orientamenti di Pio XII. Dossetti ne prese atto e si ritirò dalla politica puntando sui tempi lunghi: lo ritroveremo al Concilio Vaticano II come consigliere teologico del Card. Lercaro. Nella Dc degli anni Sessanta-Settanta si affermarono Fanfani, Moro, i dorotei, Giulio Andreotti. I due "cavalli di razza", per usare una battuta di Carlo Donat Cattin, furono appunto Fanfani e Moro. Fanfani, dopo De Gasperi, fu il più grande uomo di governo che la Dc abbia avuto: egli è stato un autentico riformista, tant'è che il suo monocolore appoggiato dai socialisti fu il governo più riformatore della fase del centro-sinistra. Se Fanfani fu il più grande uomo di governo della Dc, fu però il suo peggior segretario, nel senso che non aveva il senso della mediazione né all'interno, né all'esterno del partito, per cui andò incontro a due scacchi, quello che portò alla sua defenestrazione da segretario e alla sua sostituzione proprio con Aldo Moro in seguito alla "congiura dei dorotei" (Rumor, Colombo, Bisaglia, Piccoli) e poi alla sconfitta nel referendum sul divorzio.A sua volta Aldo Moro è stato di gran lunga il più grande segretario della Dc, ma il peggiore fra i suoi presidenti del Consiglio. Aldo Moro come segretario della Dc portò il suo partito, in entrambi i casi assai riluttante, all'apertura nei confronti del Psi e poi nei confronti del Pci, un'apertura che in entrambi i casi conservò l'egemonia della Dc tant'è che prima il Psi di Nenni, poi il Pci di Berlinguer ne uscirono con le ossa rotte. Per piegare Nenni e il Psi all'accettazione di una politica moderata, poco riformista, il gruppo dirigente della Dc, nel 1964, non esitò ad usare anche "il tintinnio delle sciabole" posto in essere da Antonio Segni, presidente della Repubblica, e dal gen. De Lorenzo. Moro, però, fallì come presidente del Consiglio: il governo Moro-Nenni durò dal 1964 al 1968 e segnò il ridimensionamento dell'originario riformismo del centro-sinistra e fu preso d'infilata e di sorpresa dal '68. A causa di questo immobilismo fallì l'unificazione socialista e il Psi andò incontro ad una dura sconfitta politica.Paradossalmente successivamente nella Dc proprio Aldo Moro fu il leader che in modo culturalmente sofisticato aprì una riflessione sul '68, sui "giovani" e sulle novità della società italiana. Poi di fronte ai risultati elettorali del 1976 nei quali al Pci non riuscì il sorpasso ma ottenne un grande risultato (34,37%), la Dc si consolidò (con il 38,71%) mentre il Psi fu ridotto al 9,64%, Moro elaborò la teoria dei "due vincitori" e la conseguente linea dell'unità nazionale, nella quale, però, il Pci era ammesso o all'astensione e poi nella maggioranza, non al governo. Nel contempo Moro non accettò nessuna delle preclusioni del Pci sulla presenza al governo di questo o quell'esponente democristiano. Il paradosso fu che nel giorno fatidico in cui Moro fu rapito, il Pci, su spinta di Alessandro Natta, stava per decidere di astenersi sul governo Andreotti rifiutando di entrare in maggioranza proprio perché molto contrariato dalla composizione dell'esecutivo.Però di fronte alla situazione di emergenza determinata dal rapimento di Moro e dall'uccisione della sua scorta, Berlinguer tagliò corto e decise per il voto favorevole al governo. Sia la dottrina berlingueriana del compromesso storico, sia la politica morotea dell'unità nazionale di Aldo Moro non venivano visti favorevolmente né dagli Usa né dall'Urss, perché entrambe queste strategie erano contraddittorie con la rigidità e con il rigore della divisione del mondo in due blocchi. Far discendere da ciò la conseguenza che il rapimento Moro fu un'operazione di carattere internazionale – secondo alcuni di matrice Cia, secondo altri di matrice Kgb con coinvolgimenti mafiosi o della 'ndrangheta – a mio avviso è una ricostruzione forzata volta a giustificare l'estrema debolezza dello Stato italiano di allora. Per di più tuttora componenti post-democristiane e post-comuniste non vogliono accettare che lo Stato italiano fu allora messo in scacco da un terrorismo fondamentalmente autoctono, derivante da un filone del Pci. Il filone di Secchia, della volante rossa, di quei partigiani comunisti che continuarono a sparare dopo il 25 aprile, almeno fino al 1947, e che furono bloccati e messi fuorigioco da Togliatti, d'intesa con il Pcus: furono bloccati ma riuscirono ad avere degli eredi. Che poi sia la Cia, sia il Kgb, di fronte all'iniziativa delle Br per una fase abbiano girato la testa dall'altra parte, ciò è possibile, ma non provato. Certamente le Br una connessione internazionale l'avevano, ed era con alcuni nuclei palestinesi, i quali a loro volta in ultima analisi avevano rapporti con il Kgb, ma le Br il Italia agirono in proprio. Comunque di fronte al rapimento di Moro l'unico partito che nell'immediato reagì in modo rapido e incisivo fu il Pci che, sapendo bene che tutta la linea delle Br era volta a far saltare la sua strategia di fondo nelle fabbriche, nella società e poi nello Stato adottò la linea durissima del rifiuto totale di ogni trattativa. A sua volta, con la messa fuorigioco di Moro la Dc era totalmente decerebralizzata, non aveva più un leader: Zaccagnini era così sconvolto che politicamente non esistette più. A quel punto la linea del Pci fu fatta propria da Andreotti per salvare il suo governo, da Cossiga, ministro degli Interni, per una sua scelta ideologica (salvare lo Stato a tutti i costi), da Giovanni Galloni (per salvare la politica di unità nazionale e il rapporto fra la Dc e il Pci).Di conseguenza tutto era pronto perché Moro fosse santificato e sacrificato come un martire in continuità con i caduti della Resistenza: allora gli assassini erano le Brigate nere, adesso le Brigate rosse. Tutto sarebbe funzionato alla perfezione se Moro si fosse sacrificato. Invece ciò non avvenne e fra la stupefazione generale né Moro né la sua famiglia stettero al gioco. Moro non accettò il ruolo di martire che il Pci e Andreotti-Cossiga-Galloni gli avevano assegnato, anzi volle far di tutto per salvare la sua vita e cominciò ad inviare le sue terribili, sconvolgenti lettere, scritte da una personalità che era stata la quintessenza del sistema che adesso contestava alla radice perché proprio quel sistema lo voleva morto in nome di sé stesso e della ragion di Stato.Fu a quel punto che scattò l'azione politica e culturale di Bettino Craxi. La scelta di Craxi per la trattativa avvenne per ragioni insieme politiche e ideali. La ragione politica fu certamente quella di riconquistare una spazio politico per un Psi che era stato annullato dall'intesa ferrea fra Moro-Andreotti-Evangelisti-Berlinguer-Pecchioli-Di Giulio. Ma nell'iniziativa di Craxi c'era anche ben altro, c'era una visione garantista e la tutela del singolo individuo anche di fronte alla ragion di Stato. Infatti solo nei confronti di Moro lo Stato italiano rifiutò la trattativa. Sia prima che dopo l'Italia ha sempre trattato. Allora la Repubblica fu sul piano giornalistico la "punta di lancia" più efficace per la fermezza e contro la trattativa ma successivamente, alcuni anni dopo, quando un suo giornalista fu rapito anche la Repubblica sostenne la teoria (e la conseguente prassi) dello scambio. Craxi reagì a tutto ciò, recuperando tutto un filone garantista contro lo Stato etico. Non ci fu un mero calcolo politico, Craxi si impegnò in quella linea proprio come persona. Ricordo ancora un episodio: quando Craxi rese pubblica la posizione favorevole alla trattativa del Psi, Moro gli inviò una lettera che per alcune ore rimase segreta. Allora Craxi chiamò uno per uno gli esponenti del gruppo dirigente socialista e separatamente a ognuno di essi fece leggere quel testo. Fui chiamato anch'io: eravamo soli nella sua stanza, Craxi e il sottoscritto; Bettino mi passò la lettera senza una parola, io la lessi, e ci guardammo negli occhi. Allora Craxi mi disse «andiamo avanti, faremo di tutto per salvargli la vita, noi non siamo come i comunisti», si alzò in piedi, mi abbracciò e si commosse. Su suo mandato Landolfi e Signorile si misero in movimento negli ambienti contigui alle Br. Le Brigate rosse si spaccarono (Morucci e la Faranda ritennero che Moro vivo sarebbe stato dirompente per il sistema) ma i marxisti-leninisti Moretti e Gallinari andarono avanti nella loro linea omicida. L'ultimo Moro, quindi, come risulta dalle sue lettere, si ribellò perché si sentì abbandonato e tradito proprio dalle forze politiche e dai personaggi che aveva privilegiato nell'ultima fase della sua attività, cioè da Andreotti, dall'area di sinistra della Dc e dal Pci berlingueriano.Moro è un personaggio di grande spessore personale, culturale, politico e morale. A mio avviso la sua morte ha decerebralizzato la Dc e conseguentemente anche tutto il sistema politico della prima repubblica. A questo proposito basta un esempio finale. Quando tanti anni dopo esplose Tangentopoli, Bettino Craxi prese la parola alla Camera facendo i conti con le ragioni e le caratteristiche del finanziamento irregolare della politica affermando che Tangentopoli era un sistema che coinvolgeva tutto e tutti, imprese e partiti. La Dc di Andreotti, di De Mita, di Gava, dello stesso Forlani non disse una parola, ritenendo che isolando Craxi e consegnando i socialisti "ad bestias", cioè al circo mediatico-giudiziario, a sua volta essa si sarebbe salvata: un calcolo mediocre che segnò il suicidio della Dc. Ben altra fu anni prima, di fronte al caso Lockheed (che fu il primo dei molti tentativi posti in essere da un settore della magistratura e da una parte del Pci di distruggere i partiti moderati e riformisti) la risposta di Aldo Moro. Egli si alzò alla Camera e con grande determinazione disse «Non ci faremo processare nelle piazze». Ma fra Moro e Fanfani (appunto i due cavalli di razza) e gli epigoni c'era un abisso. Non a caso, appunto, nel '92-'94 la DC si lasciò massacrare senza combattere.