Esteri 14 Sep 2016 11:13 CEST

Snowden chiede perdono: «Obama mi dia la grazia»

«Anche se ho violato delle leggi, Il presidente valuti le mie rivelazioni dal punto di vista etico e morale per il servizio che hanno reso all’opinione pubblica»

Una corsa contro il tempo per ottenere la grazia, prima dell’election day di novembre. Edward Snowden, la talpa del Datagate che ha rivelato al mondo l’esistenza dei programmi di sorveglianza di massa, spera che l’attuale presidente Barack Obama firmi la sua richiesta prima di lasciare la Casa Bianca.
In un’intervista al Guardian (il quotidiano inglese che ha pubblicato le sue denunce) l’ex tecnico della Cia e ora rifugiato a Mosca, ha spiegato perchè ha deciso di divulgare i segreti dei programmi di intelligence statunitensi e britannici secretati (tra i quali quello sulle intercettazioni telefoniche tra Stati Uniti e Unione Europea): «le mie rivelazioni vanno valutate dal punto di vista etico e morale, per il servizio che hanno reso all’opinione pubblica».

Di qui la richiesta di ottenere il pardon: «Esistono leggi che puniscono ciò che ho fatto, ma questo è forse il motivo per il quale esiste il potere di grazia: per le eccezioni, per le cose che possono apparire illegali sulla carta ma che, quando ne si valutano i risultati, appaiono come necessarie e vitali». In buona sostanza, ha sottolineato Snowden, le sue rivelazioni hanno ottenuto il risultato di far cambiare la legislazione statunitense in materia di intercettazioni. «Inoltre – ha continuato, spiegando la sua linea difensiva – non esiste alcuna prova che le mie rivelazioni abbiano messo in pericolo la vita di qualcuno».

Intorno alla richiesta di grazia dell’ex contractor si è accesa una campagna a suo favore, organizzata da parte di molti attivisti e potrebbe ottenere un grande risalto mediatico anche grazie all’imminente uscita in America del film biografico Snowden, diretto da Oliver Stone. Ad oggi, Snowden è ricercato negli Stati Uniti e gode della protezione di Mosca, ma se rientrasse in patria rischierebbe oltre 30 anni di galera, per violazione dell’Espionage Act. Proprio la sua scelta di stabilirsi in Russia ha attirato le critiche dei suoi detrattori, che lo hanno accusato di essere poco critico con Vladimir Putin: «La mia priorità è sempre stato il mio paese e non la Russia. Mi piacerebbe aiutare a migliorare la situazione sui diritti umani qui, ma non sarei in grado di farlo in modo utile, perchè non parlo bene la lingua e non sono un esperto del luogo. Lo fanno molto meglio di me gli attivisti sovietici». Durante l’esilio moscovita, però, sta lavorando a strumenti che aiutino i giornalisti e con i suoi 2.3 milioni di follower su Twitter è una voce molto ascoltata sul web.

Nonostante spesso i presidenti al termine del loro mandato abbiano esercitato in modo ampio il loro potere di grazia, le chances che Obama dia seguito alla richiesta del whistleblower del Datagate sono piuttosto remote. Tuttavia, secondo il quotidiano londinese, le possibilità sarebbero ancora più scarse sotto la presidenza Clinton o Trump: i due candidati, infatti, avrebbero condotto «una campagna molto spinta in favore delle politiche autoritarie».