Medioriente 7 Sep 2016 19:29 CEST

Combattere l’Isis accanto ai curdi. Eroi o fanatici?

La causa curda ha avuto lo strano effetto di unire giovani di destra e di sinistra. Dall’ex marine, al militante italiano difensore della “rivoluzione del Rojava” a Kobane

«Adesso sarei latitante per la procura di Torino… Perché? Perché mi contrappongo a persone che compiono continui massacri, responsabili dello stupro di migliaia di donne, che decapitano i bambini iracheni che ascoltano musica rock, che hanno riempito di 15mila cadaveri fosse comuni in tutta la Siria, che hanno trucidato centinaia di civili inermi in Belgio e in Francia? ». È quanto scrivre su Facebook di Davide Grasso, il 36enne piemontese foreign fighter in Siria non con i jihadisti dell’Isis, bensì con i “buoni” delle Ypg curde. Qualche giorno fa Grasso, militante No Tav, era apparso in un video pubblicato da Infoaut, una testata di controinformazione su cui scrive spesso di Siria e Medio Oriente. Volto coperto, kalashnikov in mano e divisa militare delle unità di protezione del popolo curdo, Grasso si è rivolto ai leader occidentali invitandoli a «fermare l’invasione turca della Siria».

Il filmato ha fatto scalpore in Italia e la rete si è divisa fra chi ringrazia Grasso «per quello che fa a difesa della libertà e della democrazia» e chi, come il senatore Pd Stefano Esposito, si dice «allarmato» per il seguito riscosso da «un militante violento». Anche se mediaticamente meno diffuso, il fenomeno dei foreign fighters fra i curdi esiste da un bel po’. L’apice si è registrato con la battaglia di Kobane del settembre 2014. Decine di stranieri accorsero per difendere la “Stalingrado siriana” dagli attacchi jihadisti. Fu allora che l’opinione pubblica occidentale fece la conoscenza dei Leoni del Rojava, un gruppo di soldati – prevalentemente statunitensi più qualche australiano e una ragazza israeliana – che pubblicava su Facebook aggiornamenti sui combattimenti nel Kurdistan siriano e indicazioni su come raggiungerli per unirsi alla lotta per Kobane. Il fondatore del gruppo è Jordan Matson, 28enne ex marine del Wisconsin, dal passato nebuloso fra crisi depressive e un tentato suicidio. Matson si è sposato in Siria, dove è stato ferito due volte e dove è da poco tornato «perché non potevo sopportare di vedere i miei fratelli e le mie sorelle morire in battaglia mentre io ero lontano». La sua pagina Facebook annunciò per prima la morte di Ashley Johnston, un riservista australiano ucciso in battaglia a fine febbraio 2015, prima vittima fra i foreign fighters: «È venuto dalla terra dei tre Oceani a combattere per la libertà e la morale umana. E adesso ha trovato il martirio. Riposa in pace, comandante Heval Bagok Sehred (il nome di battaglia di Johnston, Ndr) » si leggeva nel post. Al tempo i vertici delle Ypg, compreso il loro portavoce Redur Xelil, ammettevano la presenza di qualche decina di combattenti stranieri nelle loro fila ma evitavano di pubblicizzarli perché «il collettivo è più importante delle storie personali». Johnston non è stato l’unico occidentale morto in Siria ed è proprio l’Australia ad aver pagato il dazio più alto con tre “peshmerga” vittime sul campo, l’ultimo dei quali Jamie Bright, ucciso sulla strada per Raqqa tre mesi e mezzo fa. E come non ricordare le foto sul web dei bikers olandesi e tedeschi con giubbotto di pelle e fucile in mano sulle colline fra Raqqa e Qamishlo? Tedesca era anche la prima – e finora unica – combattente occidentale uccisa dai jihadisti, quella Ivana Hoffaman caduta a marzo del 2015.

La causa curda ha avuto lo strano effetto di unire militanti di destra e di sinistra. A dar la caccia al jihadista ci sono ex marines dichiaratamente di destra, come lo stesso Matson che si tagliò le vene dopo l’elezione di Obama perché non voleva essere governato da un socialista, o Joshua Bell, protagonista insieme a Rafael Kardari e Karim Franceschi del film italiano Our War, questi giorni a Venezia. Ma ci sono anche rappresentati dell’estrema sinistra: da Davide Grasso a Karim Franceschi, da Senigallia a Kobane come cecchino difensore della “rivoluzione del Rojava”. In Rojava vanno anche giovani europei che sentono il richiamo della terra e delle radici delle loro famiglie, come quella del curdo-svedese Kardari o quella di Omid, nome in codice dello svizzero Johan Cosar, uno dei fondatori dell’esercito siriaco alleato dei curdi contro l’Isis e l’esercito del Presidente Assad.

“Eroi” come le brigate internazionali che andarono in Spagna a combattere contro Franco? Giovani senza futuro che trovano nella fascinazione bellica il loro motivo esistenziale? O combattenti che difendono i nostri valori e ci fanno vergognare per la nostra immobilità, come scrive Flavia Perina su L’Inkiesta? La divisa indossata dagli europei che imbracciano un’arma in Siria distingue chi «contribuisce al terrorismo globale» o chi, per usare le parole dello stesso Grasso, «usa la violenza necessaria per porre fine a questa barbarie». Una barbarie, quella della guerra in Siria, che va avanti da più di cinque anni e che, comunque la si guardi, ha bisogno di tutto tranne che di altra violenza e altre braccia armate.