Sport 5 Sep 2016 19:17 CEST

Pancalli: «Pronti per la sfida: puntiamo a fare meglio di Londra»

Il presidente del Cip presenta l’appuntamento di Rio 2016 che inizia mercoledì: «Tra i 105 della spedizione le individualità sono tante, ma i pronostici spesso vengono ribaltati. Alex Zanardi, la nostra portabandiera Martina Caironi, Assunta Legnante, Federico Morlacchi, Cecilia Camellini e Bebe Vio sicuramente tra i protagonisti»

Sfide. È questa la parola chiave che da sempre accompagna Luca Pancalli. Lo è sin da quando era un giovane e promettente atleta della nazionale di pentathlon moderno (tiro, scherma, nuoto, equitazione, corsa), erede dell’olimpionico Danile Masala. A Vienna, nel 1981, nel corso di un meeting internazionale la vita lo mette di fronte alla prova più dura: durante una frazione di gara a cavallo ha un gravissimo incidente che lo costringerà per sempre su una carrozzina. Le sfide per Luca Pancalli si fanno più difficili, ma lui non molla grazie anche al sostegno della sua famiglia. Su tutti sua madre. Che Luca, in ogni occasione, ricorda con un aneddoto: «Tornavo a casa dopo sei mesi in un centro di riabilitazione in Austria. Alla porta c’era mamma: “Non pensare di essere diverso dai tuoi fratelli”. Furono le sue prime parole. Quelle per le quali non smetterò di dirle grazie».La vita di Luca va avanti. Arriva la maturità e poi la laurea in giurisprudenza, con tanto di lode. Diventa avvocato, autore di due manuali di diritto, compendi della normativa vigente in favore dei cittadini disabili, pubblica diversi interventi in materia di diritto sportivo e impiantistica e svolge lezioni presso le più importanti università italiane. Ma tra mille impegni, lo sport resta una costante che non abbandonerà mai la sua vita: decide di essere un nuotatore e alle Paralimpiadi di Seoul conquista 3 medaglie d’oro e 3 d’argento, stabilendo, anche, i nuovi record mondiali nei 50 e 100 stile libero. Ad Assen vince quattro titoli mondiali, nei 50 stile libero, 200 misti, 50 farfalla e staffetta 4×50 stile libero. Conclude in bellezza la sua carriera da atleta nel 1996, quando ad Atlanta vince altre due medaglie d’oro e tre d’argento, un nuovo filotto che gli vale il titolo di atleta paralimpico più medagliato dell’era moderna.Già tre anni prima, nel 1993, si era lanciato nell’altra sfida della sua vita. Quella, perseguita con determinazione da dirigente sportivo, di riuscire a coniugare sport e disabilità offrendo così a tutti la possibilità di cimentarsi con se stessi e con gli altri. Importante il suo incontro con Clay Ragazzoni, insieme al quale fonda la Fisaps (Federazione Italiana Sportiva Patenti Speciali), organismo allora riconosciuto dal Coni quale disciplina associata, di cui è Presidente fino al 1996, quando passa a ricoprire l’incarico di Vice Presidente Nazionale della Fisd (Federazione Sport disabili). «Clay – ricorda Pancalli – era un amico e un campione. Abbiamo fatto delle cose eccezionali. La sua tenacia e la sua esuberanza è stata fondamentale nella mia formazione».Presidente Pancalli, per ogni atleta l’Olimpiade è il sogno di una vita, per un paralimpico è qualcosa di più?Credo che oramai la differenza tra Olimpiadi e Paralimpiadi debba essere abbandonata. I nostro atleti vivono questo appuntamento come gli olimpici. La storia atletica è fatta per tutti di sacrifici, di allenamenti, di gare, di misure e di riscontri cronometrici. La chiave di lettura che diamo ai risultati è importante, ma noi da dirigenti dobbiamo aggiungere quell’upgrade, rispetto all’altra medaglia: quella invisibile che ci possa consentire di aumentare la base dei praticanti. Noi come organizzazione sportiva lavoriamo per preparare questo appuntamento che rappresenta per i nostri atleti l’occasione di rincorrere i loro sogni. A questo si aggiunge il percorso di crescita del Comitato paralimpico che, al di là delle medaglie, punta a realizzare altri sogni, su tutti quello di portare fuori dall’isolamento tanti ragazzi e ragazze disabili grazie allo sport.Per ogni atleta che partecipa alle Olimpiadi l’agonismo è fondamentale e le vittorie anche. Quali sono i nostri atleti che puntano alle medaglie in questa Paralimpiade brasiliana che inizia domani?In un elenco c’è il rischio di dimenticarne qualcuno. Ci provo. Da quelli più noti come Alex Zanardi, Giusy Versace, Bebe Vio, Martina Caironi, Assunta Legnante nell’atletica. A Federico Morlacchi e Cecilia Camellini nel nuoto, e ancora nella scherma, oltre a Bebe Vio, Alessio Sarri e Andrea Pellegrini. Il campione del mondo in carica del triathlon Michele Ferrarin, nell’arco Elisabetta Mijno ed Eleonora Sarti. Tra i centocinque della spedizione azzurra le individualità sono così tante che ne avrò dimenticate almeno una trentina, ma sappiamo che ogni paralimpiade ha una sua storia e i pronostici spesso vengono ribaltati. Incrociamo le dita.Il medagliere di Londra 2012 ha fatto segnare una parità tra olimpici e paralimpici, a Rio gli azzurri hanno portato a casa altre 28 medaglie: il vostro obiettivo è quello di eguagliarli anche questa volta?Vorrei prima di tutto chiarire che a Londra il numero di medaglie fu lo stesso, ma noi conquistammo un oro in più. Al di là delle battute il risultato di Londra è un punto di riferimento, noi come Comitato abbiamo fatto delle proiezioni, ma per scaramanzia me le tengo per me. Ero scaramantico da atleta, figuriamoci da dirigente. Con una battuta il mio augurio è quello di ripetere il risultato di Londra, con un oro in più rispetto agli olimpici.Lo sport purtroppo è anche segnato troppo spesso dalla macchia del doping. La vicenda della nazionale russa ha portato alla luce il doping anche nel mondo paralimpico…Non si può essere felici quando all’interno di una famiglia come la nostra c’è qualcuno che sbaglia, ma il mondo dello sport è fatto di regole e mi auguro che gli amici russi possano ripartire al più presto. In Italia abbiamo adottato un percorso dal punto di vista strategico teso a prevenire piuttosto che curare, abbiamo cominciato ad essere molto più seri e molto più accorti in tutti quelli che sono i controlli antidoping sui nostri atleti,  anche mettendo in campo un opera di informazione e formazione, perché molto spesso, soprattutto nel nostro mondo, il doping è figlio di ignoranza rispetto all’assunzione di qualche farmaco che magari qualcuno è costretto a prendere per via della propria patologia, piuttosto che per altri motivi?Da Seul in poi la Paralimpiade è diventata una manifestazione sportiva a tutti gli effetti. Che cosa è cambiato per il mondo paralimpico?Londra è stata l’apoteosi e credo che i britannici abbiano dimostrato l’orgoglio di essere consapevoli che questa disciplina sport è nata lì, nel lontano 1956 con i Giochi di Stoke Mandeville. E mi fa piacere sottolineare che noi organizzammo a Roma nel 1960 le prime Paralimpiadi. Gli inglesi sono stati bravi perché hanno messo in campo una straordinaria sensibilità e hanno investito su un grande evento, mettendo in moto un percorso virtuoso che ha dato dei risultati eccezionali anche agli ultimi Giochi olimpici.Oggi il Comitato Paralimpico è stato riconosciuto ente di diritto pubblico alla pari del Coni: un’altra sfida vinta.È un bel risultato che rincorrevo da tempo. Oggi era necessario che si riconoscesse al nostro movimento la pari dignità rispetto al mondo olimpico. Declinare il nostro Comitato come ente pubblico significa avere elevato a interesse pubblico della collettività, quello che è la mission del mondo paralimpico. Abbiamo due enti di pari livello e l’integrazione attraverso lo sport che abbatte le barriere lo stiamo realizzando attraverso l’abbraccio delle federazioni olimpiche e delle discipline paralimpiche sui campi di gara e sulle infrastrutture.Parliamo di numeri del movimento paralimpico italiano.I tesserati sono circa settantamila. Per alcuni è un numero importante. Ma per me è risibile. Se consideriamo che la popolazione disabile in Italia è di 3 milioni, tolti quelli che sono ascrivibili alla terza e quarta età, abbiamo una popolazione potenzialmente avviabile ad attività ludico-motorie-sportive di circa un milione di persone. Se analizziamo, però, i dati della popolazione abile che fa sport e li compariamo ai praticanti le percentuali sono simili.Un movimento, però, che ha faticato molto a farsi accettare.In questi anni, agli atteggiamenti solidal-pietistici con i quali venivamo trattati dai media, ho sempre risposto opponendo un rifiuto: non avevano alcun diritto a interpretare il mio essere atleta. Non potevano definire le Paralimpiadi come quelle del “cuore e del coraggio”, perché in quel caso il disabile non ero io, ma chi scriveva quelle cose dimostrando di non aver capito nulla. Voglio dire che per me era cambiato il modo di fare sport, ma sempre atleta ero.Una delle caratterische degli atleti disabili è l’ironia e la voglia di vivere.Chi frequenta le nostre palestre e i nostri ritiri sa bene che i primi a scherzare sulle nostre disabilità siamo noi. La mission del mondo paralimpico è proprio questa: dare una percezione diversa della disabilità alla società civile. Mostrare che si può utilizzare lo sport per la crescita del capitale umano di un Paese e mi piace definire il Comitato paralimpico come un pezzo di welfare dell’Italia.Luca Pancalli è l’uomo delle sfide: dalla sua carrozzina ha gestito la Figc nel dopo calciopoli, la federazione della danza sportiva in un momento particolare ed è riuscito a far crescere il Comitato paralimpico.Non nascondo che le sfide mi piacciono. Credo che questo Paese abbia bisogno di credere nella possibilità di portare avanti certe sfide, nella speranza di raggiungere determinati obiettivi. Allo stesso tempo abbiamo bisogno di normalità. Quest’anno, ad esempio, ho deciso di organizzare “Casa Italia paralimpica” in una comunità parrocchiale, con un approccio laico ovviamente, a ridosso di una favelas di Rio. L’ho fatto perché credo che le Olimpiadi e le Paralimpiadi non possano stravolgere un Paese e una città senza lasciare il segno di qualcosa di importante. Il nostro made in Italy non è solo la moda, l’enogastronomia, siamo anche portatori di un valore inestimabile: la solidarietà, come ha dimostrato anche l’ultima tragedia del terremoto. E allora perché non esportare anche la solidarietà italiana? Non va dimenticato che le sfide, grandi e piccole, sono importanti, ma non bisogna dimenticare che ogni sfida deve rappresentare anche un contributo alla crescita dell’Italia.Lei è romano, è stato anche assessore per un breve periodo con Ignazio Marino, quindi conosce bene la città e il Campidoglio. La giunta di Virginia Raggi sta attraversando un periodo molto difficile. Che ne pensa?Roma sta vivendo un momento di difficoltà, ma lo abbiamo vissuto anche noi con Marino, così come la giunta Alemanno e le giunte precedenti. È difficilissimo governare questa città così complicata e complessa. Quel decentramento amministrativo che avrebbe dovuto favorire le grandi aree metropolitane non si è mai completato. I quindici municipi, molti dei quali più grandi di una città media, dipendono dal bilancio di Roma Capitale e quindi sono impossibilitati a operare. Le difficoltà che incontra la sindaca Raggi sono fisiologiche rispetto a una macchina amministrativa così complessa. Mi auguro, da cittadino romano, che questa giunta riesca a fare quello che si propone, augurare il male a qualsiasi istituzione sarebbe ingeneroso.Uno dei nodi di questa giunta è la candidatura di Roma a ospitare le Olimpiadi del 2024. Lei da vicepresidente del Comitato organizzatore ha una posizione molto chiara: un’altra sfida?Mi auguro che possa essere una sfida della giunta Raggi, ne ho parlato anche con il vicesindaco Daniele Frongia. Sono convinto che Olimpiadi e Paralimpiadi siano un occasione irripetibile, a patto che siano gestite in maniera virtuosa. Se non ci sarà la candidatura non arriveranno le risorse, un miliardo e mezzo dal Cio, e non si metterà in modo alcun meccanismo attrattivo per i turisti. Spero che la sfida venga raccolta dalla giunta Raggi, non mi interessa chi gestirà la cosa, spero che si faccia e non si perda l’occasione. Sicuramente oggi ci sono delle priorità per la città, ma la loro risoluzione si accompagna alla realizzazione di un percorso che apre la via al futuro. Si potrà essere stimolati a realizzare infrastrutture, riparare le strade, rendere la città più accessibile: sono tutte priorità di oggi, ma anche soluzioni utili in previsione di un grande evento futuro.Con tutti i suoi impegni ha avuto anche il tempo di scrivere un libro autobiografico, Lo specchio di Luca. Come si vede allo specchio?Vedo una persona di 52 anni alla quale le cose sono andate abbastanza bene, che ha la fortuna di realizzare i progetti che gli piacciono con passione. Ho una moglie, due figli che fanno sport e ho una grande famiglia, quella paralimpica. Vedo soprattutto un uomo che ha il piacere di affrontare sfide. Un uomo che ha voglia di farlo con profonda normalità.