Medioriente 29 Aug 2016 19:57 CEST

Altro che Califfato! La guerra di Erdogan è solo contro i curdi

il Pentagono a Ankara: «Fermatevi». La replica del ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglou: «Combattiamo sia l’Isis che le Ypg perché sono entrambi terroristi»

Il cosiddetto Califfato si sta sciogliendo come neve al sole e sulle sue macerie siriane è già cominciato il balletto per la successione. L’esercito turco ha sconfinato nel Nord della Siria per cacciare i jihadisti da Jarablus, uno degli ultimi punti di confine che controllavano. Dopo aver paventato per tre anni il pericolo di avere i “terroristi” alle porte senza muovere un dito, nell’arco di 24 ore Ankara li ha cacciati fra gli applausi di Russia e Stati Uniti.
Quest’ultima entrata in scena però sta provocando nuovi sconvolgimenti delle forze in campo. Mentre i turchi stavano cacciando i jihadisti da Jarablus, il vice presidente americano Joe Biden, ben contento di ricondurre la Turchia nella coalizione anti-Isis, non ha esitato a scaricare le Ypg, intimandogli di ritirarsi a Est del fiume Eufrate. I curdi hanno obbedito agli ordini dei loro principali alleati sul campo, ma sono finiti ben presto nel mirino dei turchi: «Combatteremo sia l’Isis che le Ypg curde, perché sono entrambi terroristi» ha tuonato Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco. Alle parole sono seguiti i fatti, con attacchi e bombardamenti che hanno lasciato sul campo 45 civili e 25 miliziani curdi. Un’escalation che ha spaventato gli Stati Uniti: «I turchi si fermino – hanno detto dal Pentagono – in quella zona non c’è l’Isis ed è inaccetabile disperdere così le nostre energie» come se la coalizione anti-Isis fosse veramente quella cosa unita che Washington va raccontando da tempo.

Rischia così di riproporsi un film che nella storia curda è stato visto mille volte. I Paesi stranieri hanno speso usato i guerriglieri curdi, abili sugli scontri casa per casa e profondi conoscitori del territorio, per fare il lavoro sporco. Nel 1914 gli ottomani idearono il genocidio contro gli armeni e gli assiri nel Sud-Est dell’attuale Turchia ma usarono i curdi per la parte più sporca del lavoro. Alla fine della Grande Guerra, le potenze vincitrici smembrarono l’Impero Ottomano e nel trattato di Sèvres del 1920 spuntò per la prima volta la creazione del Kurdistan. Il futuro “padre dei turchi” Ataturk si oppose e le velleità d’indipendenza dei curdi furono soffocate nel sangue. Nel corso della seconda guerra mondiale, furono i russi a far da spalla ai curdi che fondarono in Iran, a Mahabad, la prima e unica repubblica curda indipendente della storia. Peccato però che poco dopo i sovietici si ritirarono dall’Iran e le truppe dello Shah massacrarono i curdi a Mahabad. I peshmerga curdo iracheni furono utilizzati anche da George Bush padre nella prima guerra del Golfo contro Saddam Hussein, ma il raìs iracheno non venne deposto come promesso e si vendicò a guerra finita, uccidendo migliaia di curdi ad Halabja e dintorni con le armi chimiche acquistate proprio dall’esercito americano.

In seguito a quel dramma nacque a mo’ di “risarcimento”, la regione autonoma del Kurdistan iracheno, nel Nord del Paese. E subito i curdi si divisero. Per quattro anni le famiglie Barzani (da cui proviene l’attuale Presidente Mas’ud Barzani), che controlla Erbil e la parte occidentale della Regione, e Talabani (il cui patriarca Jalal è stato Presidente dell’Iraq fino al 2014), padrona di Sulaymaniyya e dell’Est della Regione, hanno schierato i peshmerga uni contro gli altri in una guerra fratricida che fece migliaia di morti e non spostò di una virgola gli equilibri di potere. Nel frattempo in Turchia il partito dei lavoratori curdi, il Pkk guidato da Abdullah Ocalan, stava combattendo una lotta sanguinosa contro il governo turco per richiedere l’indipendenza del Sud-Est turco. Una guerriglia fatta di attentati e scontri che per tutti gli anni ’80 e ’90 lasciò per strada vittime e terrore. Il sogno di riunire i 40 milioni di curdi divisi fra Turchia, Siria, Iraq e Iran in un Grande Kurdistan, sembrava quindi lontanissimo.

Solo negli ultimi anni l’ipotesi è tornata reale. Prima che la situazione in Siria degenerasse, il governo turco di Erdogan stava cercando di arrivare a un accordo con il Pkk, i curdi siriani controllavano la Jazira e Kobane con il tacito accordo di Damasco e con la copertura militare degli Stati Uniti, la regione autonoma del Kurdistan iracheno resisteva agli attacchi del gruppo Stato Islamico, pur fra mille difficoltà interne. L’ambiguità della Turchia e delle sue alleanze ha ribaltato la situazione.

Per Erdogan è prioritario impedire l’unificazione del Kurdistan siriano proprio la Turchia, perché potrebbe invogliare i curdi di Turchia ad alzare la posta. Al Presidente turco fanno più paura le Ypg che l’Isis e così ha sacrificato la più o meno tacita copertura delle operazioni del Califfo per frenare l’avanzata dei curdi, finiti nel frattempo nel mirino anche del Presidente siriano Bachar al Assad. Come detto, i rapporti fra i curdi e Damasco erano neutrali, ma dieci giorni fa l’aviazione siriana ha bombardato Hasakeh, città curda dove il regime mantiene ancora una base. Come risposta, le milizie curde hanno assediato la base militare e intimato i soldati ad andarsene.

Osannati da più parti come gli eroi di Kobane, ritenuti l’unica forza di terra capace di sconfiggere l’Isis, esaltati per la politica democratica e per la parità di genere, adesso i curdi rischiano di rimanere isolati. Dopo una parziale ritirata le Ypg sono ritornate nel villaggio di Manbij, strappato all’Isis solo due settimane fa, dove si stanno concentrando pericolosamente tutte le tensioni. Anche il Pkk non ha tardato a manifestare la rabbia per il comportamento dei turchi, con un attentato contro i poliziotti turchi a Cizre, nel sud del Paese, e dei razzi sparati a Dijarbakir. Ankara risponderà bombardando i “terroristi” del Pkk e il suo alleato curdo iracheno Mas’ud Barzani applaudirà come sempre, perché il nemico del suo nemico è suo amico. E i curdi che continuano a lottare per l’autonomia e l’indipendenza sospettano che dovranno rispolverare il loro vecchio detto: «Gli unici nostri amici sono le montagne».