Medioriente 23 Aug 2016 19:27 CEST

Se l’Iran diventa il grande mattatore del Medio Oriente

Le pedine di Teheran sono in azione in tutti i conflitti chiave. Nonostante gli accordi con l’Occidente e il riformismo blando di Rohuani, a Teheran decidono tutto gli ayatollah

Nell’evolversi della guerra siriana si è segnata una prima volta. La settimana scorsa la Russia ha usato la base di Hamadan, in Iran, per bombardare Aleppo. Per giorni i Mig russi hanno potuto trasportare un carico maggiore di bombe, grazie alla minor distanza da percorrere. Lunedì però sia Mosca che Teheran hanno annunciato la fine delle operazioni, «almeno finché la situazione sul campo non lo richiederà». Da decenni Siria, Iran e Russia sono legati da un’alleanza politica e militare, ma chi ha permesso ai jet russi di metter piede in Iran? Ovviamente la Guida Suprema Ali Khamenei, leader indiscusso di un regime che si apre all’Occidente senza allentare il controllo sul Paese.

L’Ayatollah Khamenei è anche il comandante in capo delle forze armate e del consiglio supremo della sicurezza nazionale. Qualsiasi decisione militare passa per le sue mani e non c’è possibilità di obiettare. Sembra che prima di chiamare Putin per accordare l’utilizzo di Hamadan, Khamenei abbia interpellato solo i più stretti consiglieri militari, fra cui il generale Mohammad Hossein Bagheri, che dal 5 luglio è il capo delle forze armate, la figura operativa più alta in grado dell’apparato militare. Finora questa figura non era mai stata ricoperta da un militare proveniente dalle Guardie della Rivoluzione, quello che fra i tre corpi militari è il più vicino alla Guida Suprema. È stato Khamenei, manco a dirlo, a nominare Bagheri in sostituzione del generale Hasan Firouzabadi, un po’ troppo entusiasta dell’accordo sul nucleare raggiunto con l’Occidente, di cui l’Ayatollah non è mai stato un fan accanito.

Il peso geopolitico di Teheran sta diventando sempre più determinante e le sue pedine sullo scacchiere mediorientale sono già in azione. Oltre a Bagheri, l’uomo forte è Qassem Soleimani, leader delle brigate al Quds, il corpo d’elite delle Guardie della Rivoluzione impegnato in Siria, Iraq e Yemen. Pochi giorni fa, il comandante delle Guardie della Rivoluzione ha ammesso al giornale al Mashriq che l’Iran è intenzionato a creare in quei Paesi un «esercito della liberazione» formato da truppe locali sotto il comando generale di Qassem Soleimani. L’apporto militare è lo strumento usato da Teheran per mettere un piede nella stanza dei bottoni dei governi alleati, tanto che gli attivisti di Baghdad rivolgono già le loro proteste di piazza verso Soleimani e non il premier iracheno al Abadi. Per controbilanciare i muscoli serve la diplomazia, di cui gli iraniani sono storicamente maestri. Ecco quindi che nel giugno scorso Hossein Jaberi Ansari, già portavoce del moderato e amatissimo ministro degli esteri Javad Zarif, è stato nominato “ministro per gli affari arabi e africani”. Sarà quindi lui, dichiaratamente non interventista, a tenere le fila con Russia e Usa su Siria e Yemen. Una doppia faccia utile per tutte le occasioni che si ritrova anche nei giochi di potere interni.

Alle elezioni legislative del febbraio scorso il blocco dei riformisti del Presidente Hassan Rohuani si è aggiudicato la maggioranza sia dei 290 seggi del Majlis che dell’Assemblea degli Esperti da cui uscirà il nome del successore di Khamenei, ormai 77enne e dato per gravemente malato da più fonti. È sicuramente questa la posta in palio più alta, dato che fra le mille prerogative della Guida Suprema c’è quella di accettare o rifiutare le candidature alle elezioni presidenziali e legislative. E infatti la risposta degli ultra-conservatori è stata la nomina dell’ottantanovenne Ayatollah Ahmad Jannati a capo della stessa Assemblea degli Esperti, con un chiaro mandato di controllo su chi sarà la prossima Guida Suprema. In vista delle elezioni presidenziali di maggio 2017, conservatori e riformisti si litigano nomine e posti di potere, ma l’impunità del regime nel decidere a proprio piacimento le sorti degli iraniani e dei loro vicini non corre alcun rischio.

Rohuani, uomo proveniente dal regime, ex capo del Supremo Consiglio per la sicurezza nazionale che ordinò le violente repressioni contro le proteste studentesche del 1999, fu presentato come il Presidente riformista che avrebbe garantito maggior libertà e rispetto dei diritti. Invece, come riporta nel suo recente libro L’Iran oltre l’Iran Alberto Zanconato, per 13 anni corrispondente dell’Ansa da Teheran «sotto Rohuani le esecuzioni capitali sono aumentate in misura sconcertante, arrivando ad almeno 966 nel 2015, il numero più alto in oltre vent’anni. Anche i minorenni continuano ad essere condannati a morte e impiccati. (…) Almeno tre detenuti sono stati accecati seguendo la legge dell’ “occhio per occhio, dente per dente”. Altri cinque hanno subito l’amputazione degli arti. Decine di musulmani convertiti al Cristianesimo sono detenuti. (…) Le autorità continuano a filtrare o bloccare l’accesso a Facebook, Twitter e altri social media. Moussavi e Karroubi, i leader dell'”Onda Verde” del 2009, rimangono agli arresti domiciliari nonostante non sia stata formalizzata alcuna accusa nei loro confronti. Nell’autunno del 2015 infine c’è stata una serie di nuovi arresti di giornalisti, accusati di aver aiutato i tentativi di “penetrazione culturale degli Usa”». Nelle ultime settimane sono stati impiccati 25 curdi sunniti accusati di “terrorismo” e uno dei compiti assegnati a Bagheri è proprio quello di reprimere sul nascere qualsiasi focolaio di sollevazione delle minoranze interne.

La marcia verso la democrazia è lunga anche per gli iraniani, magari più speranzosi dell’era Ahmadinejad ma pur sempre consapevoli di vivere sotto un regime teocratico e militare che continuerà ad avere come primo interesse l’autoconservazione.