Medioriente 3 Aug 2016 17:29 CEST

Vivere e morire nei sobborghi ribelli di Aleppo

Dopo i raid l’odore del sangue si mischia con quello della polvere; a mano a mano che le nubi di fumo si dissipano appaiono i brandelli dei corpi delle vittime: i morti sono 12, tutti civili.

Quando mi chiedono come viviamo in Siria mi stupisco sempre. Ma quando la mia amica egiziana May mi domanda come mangiamo non posso trattenermi dal ridere: «Guarda che siamo come voi! Amiamo, preghiamo, ridiamo». Non abbiamo cambiato le nostre abitudini. Ascolto fino a tarda notte le mie canzoni preferite, provando a ignorare il rumore dei mortai. Il mio amico e coinquilino Fadi invece trascorre le serate facendo zapping da un canale all'altro per seguire le partite di calcio e tenendo al massimo il volume del televisore per ascolare la voce dei commentatori.Gli aerei del regime mi svegliano spesso nel cuore della notte nonostante tutti i miei sforzi per non sentire quegli sgradevoli rumori. Ogni volta che vedo la mia immagine riflessa nello specchio subisco lo stesso choc: sembro un personaggio uscito drito dritto da un film dell'orrore. Apro il rubinetto, senza esito ovviamente. È raro che ci sia dell'acqua qui ad Aleppo. Ma grazie allo sforzo delle organizzazioni umanitarie e di altre associazioni indipendenti, riceviamo approvvigionamenti ogni 15 giorni.Nel frattempo Fadi, che di mestiere fa il fotografo, prepara i suoi apparecchi e il materiale, poi ci dirigiamo verso il palazzo della Difesa civile. La strada e zeppa di persone. Sembra che questa genta non si preoccupi della morte, che ogni giorno incombe lì dall'alto. Saltiamo su un taxi – ebbene sì, ad Aleppo ci sono ancora i taxi- e come fa sempre Fadi si siede nel posto accanto al guidatore. Durante il tragitto ci regala aneddoti che non hanno nulla di verosimile ma che almeno hanno il merito di rendere il viaggio meno pesante. Però io non lo ascolto, sono concentrato a osservare le strade distrutte, i palazzi sventrati.Uno dei più grandi pregiudizi che riguardano la Siria è che qui tutto è distrutto. È vero che l'aviazione di Bashar al-Assad a raso al suolo quartieri interi, ma altre zone, tra cui ad esempio quelle controllate dall'Esercito libero siriano (Free syrian army), sono molto animate. Il merito è tutto della Difesa civile che, raid dopo raid, toglie via le macerie e riapre le strade. Dopo un bombardamento in qualche ora le cose riprendono il loro corso normale. La capacità di delle persone di adattarsi ai rovesci della vita è qualcosa che mi stupirà sempre.Arriviamo alla sede della Difesa civile. Il comandante sta seguendo il movimento degli aerei del regime nel cielo. È autorizzato a schierare i suoi uomini solamente se il cielo è vuoto poiché almeno 130 membri della Difesa civile hanno perso la vita dall'inizio della guerra. In generale, quando il comandante dà il via libera con un segnale, Fadi e io saltiamo sul retro del pick-up con gli altri componenti della brigata e l'autista del veicolo si dirige a tutta velocità verso l'isolato colpito dai raid aerei. Quasta volta sembrerebbe si tratti del quartiere di al-Machhad. Nel mentre Fadi tira fuori la macchina fotografica e fa centinaia di scatti, senza dimenticarsi di fotografare anche noi nel pick-up, non fosse perché rischiamo di essere uccisi da un momento all'altro.Arriviamo sul luogo colpito dal bombardamento e non vedo nulla; la polvere mi impedisce di distinguere qualsiasi cosa che sia lontana qualche metro. I membri della Difesa civile al contrario sono già scomparsi nelle macerie alla ricerca di feriti. Ora sono arrivate anche le ambulanze. L'odore del sangue si mischia con quello della polvere; a mano a mano che le nubi di fumo si dissipano appaiono i brandelli dei corpi delle vittime. All'improvviso dai detriti emerge un membro della Difesa civile, sta portando sulle spalle un bambino senza vita, è seguito da una donna che sembra essere la madre del piccolo. Possiamo anche abituarci alla violenza, ma le grida di dolore di questa madre che vuoe stringere suo figlio tra le braccia per un ultima volta resteranno per sempre impresse nella mia memorea. Il raid ha ucciso più di dodici persone, altre decine sono rimaste ferite, tutti civili. Al tramonto io e Fadi torniamo verso casa senza scambiarci una parola. Mi siedo al computer per scivere queste parole e rassicurare gli amici e la famiglia, dispersi ai quattro angoli del pianeta.Ad Aleppo le giornate si susseguono e si assomigliano tutte, con il loro corredo di orrori e massacri quotidiani. Siamo stanchi di ascoltare mille volte le stesse parole della Comunità internazionale che denuncia senza alcun risultato queste violenze. Dal novembre 2013, quando le forze del regime hanno intensificato le operazioni militari nella città noi conviviamo con la violenza. Tuttavia, dallo scorso 7 luglio un fatto nuovo a cambiato la nostra vita quotidiana. I reparti di Assad sono riusciti a circondarci ed è cominciata una nuova lotta contro un nuovo nemico: la fame. Non so ancora come riusciremo ad adattarci a questo, ma vi prometto che tornerò a raccontarvelo…da L'Orient-Le-Jour