Costume 30 Jun 2016 19:34 CEST

Gigi D’Alessio? Molto meglio di De Gregori!

A nulla gli è valso nel 2014 essere in testa alla classifica della prestigiosa rivista Bilboard nella categoria World Music. Eppure c’è molta più musica in due minuti di “Non dirgli mai” che in Alice che guarda i gatti, che a loro volta guardano nel sole

Ovunque sui social network si può inciampare in un commento acido, in una battuta al vetriolo, in un’invettiva contro Gigi D’Alessio. Il cantautore napoletano è considerato dalla critica più supponente un artista plebeo, un neomelodico che ha avuto l’immeritata fortuna di occupare la scena nazional-popolare, un banalissimo cantante per casalinghe frustrate e ragazzine dai limitati orizzonti culturali. E a nulla gli è valso nel 2014 essere in testa alla classifica della prestigiosa rivista Bilboard nella categoria World Music.Ora io non discuto la simpatia o antipatia del personaggio né sulla qualità dei testi, provando a concentrarmi su quello che succede “sotto” e che comunemente chiamiamo Musica. Prendiamo come esempio il brano che lo ha fatto uscire dalla cerchia dei neomelodici e conoscere al grande pubblico Italiano Non dirgli mai. Il testo narra di un innamorato che ha avuto una storia con una ragazza che è legata ad un altro uomo che non ama e la prega di non raccontare mai quanto bello, puro sia stato il loro amore. La canzone si apre in tonalità minore «quel tuo maglione lungo sulle mani» e procede in modo lineare fino a «solo fotografie», passaggio in cui troviamo una prima sorpresa: quella che in armonia si chiama “cadenza evitata” che di sicuro non sarà l’invenzione del secolo, ma che unitamente al fatto che avviene, non all’ ottava battuta, ma dopo nove e cioè in un punto in cui per identità culturale non saremmo pronti ad aspettarci una novità, denota una buona proprietà di linguaggio.La sezione successiva di dieci battute è alla relativa maggiore anche se in realtà già dalla cadenza precedente sarebbe più corretto dire che si appoggia al quarto grado della relativa maggiore, ma siccome non voglio tediarvi con sofisticazioni tipiche di chi usa l’emisfero sbagliato (quello razionale) per ascoltare la Musica, prendete per buona la definizione già usata.Arriviamo al ritornello «non dirgli mai»; con una repentina modulazione un semitono sopra e credetemi quello che succede sotto nelle prime otto battute, pur sembrando quattro accordi buttati là “non è affatto male” (come diceva Moretti di Spinaceto), specie se si considera anche il movimento dei bassi.Le seconde otto battute ripetono la melodia delle prime eppure gli accordi nelle prime quattro sono di nuovo alla relativa maggiore esprimendo un “significato” (sempre ammesso che si possa parlare di significati in Musica) completamente diverso. Il ponte che segue si apre dopo un’ennesima cadenza evitata che sposta la tonalità prima in Sol bemolle che poi («e nascondi quegli occhi rossi se pensi a meeee») a schiaffo diventa un Do minore e ciò a mio parere denota una voglia di stupire in accordo con l’assioma di Levi Strauss testé citato, ed una profonda onestà intellettuale come compositore.C’è molta più Musica in questi due minuti che in Alice che guarda i gatti, che a loro volta guardano nel sole e allora, senza nulla voler togliere al valore poetico dei testi di De Gregori e considerando anche l’unica verità sull’estetica musicale ovvero che «la Musica è bella perché ad ognuno piace la sua» e che a voi ascoltatori deve farvi vivere bene (è a noi musicisti che ci fà vivere male), ritengo che bisognerebbe aver maggior rispetto per il D’ Alessio e considerare che se è vero che Internet nella sua orizzontalità «ha dato la parola a legioni di imbecilli», è altresì vero che la dotta critica troppo concentrata sul testo e l’aspetto narrativo delle canzoni non si è quasi mai rivelata in grado di guidarci verso qualcosa che non siamo in grado di capire.Tra noi Italiani è invece sempre presente la tentazione di pensare che la canzone, o “la forma canzone”, definizione che fa più colto senza però arrivare alle inimitabili vette dei musicologi moderni che la chiamano “il song” (anche se invero è più riferito alla canzone americana, la cosa che lascia basiti è la traduzione con l’articolo declinato al maschile) sia un genere letterario, trascurando totalmente quella cosa chiamata Musica che sta dietro e che ci pare costituisca solo delle solide fondamenta per un testo in cui possiamo identificarci. Questo ovviamente avviene solo per le canzoni nel nostro idioma, perché se avessimo la facoltà di capire immediatamente brani come Psycho Killer, di credere in Yesterday, o che il figlio di Billie Jean non sia di Michael, forse trarremmo altre conclusioni sui personaggi che le interpretano. Questa tendenza di anteporre l’analisi testuale produce l’effetto di non considerare il valore della musica ed il piacere estetico che, come dice Levi Strauss ne Il crudo ed il cotto proviene dalla capacità del compositore di produrre sorprese in misura maggiore o minore rispetto quanto l’uditore possa immaginare.Prendiamo per esempio Fred Buscaglione, un momento altissimo della musica popolare di questo paese. Egli riuscì ad imporsi senza alcun battage pubblicitario con uno stile che per il nostro paese all’epoca era assolutamente di rottura, e benché i suoi gruppi solitamente fossero di molti elementi in meno delle orchestre che negli anni precedenti avevano provato strade simili tipo Natalino Otto, Ernesto Bonino e Alberto Rabbagliati, con cinque o sei musicisti che facevano due linee (una del basso e della mano sinistra del piano all’unisono) e quella della voce, e con degli inserti prevalentemente ritmici dei fiati (quando non fanno assoli, break o frammenti tematici) e del rullante, creano una Musica che allora in Italia non si era mai sentita e che ancora oggi è godibilissima da ascoltare, ma ancora di più da suonare.Eppure il cliché vuole che tutti gli articoli che ricordino il grande Fred si concentrino sul “duro dal cuore tenero”, sulle pupe col “magnifico lamé”, su “i gangster che passeggiano col mitra ad armacol” ed altre amenità, che per altro oltre a relegare la Musica a mero “accompagnamento swing” (in realtà sarebbe più corretto parlare di Jive) non rendono giustizia neanche all’ opera di Chiosso che come capacità narrativa, costruzione della storia e capacità di sorprendere non ha nulla da invidiare a Fabrizio De André.