Palazzo 21 Jun 2016 18:48 CEST

Psicodramma Pd: Orfini furioso e minoranza divisa

L’ex segretario: «La separazione degli incarichi? Non è la madre di tutte le battaglie. Ma è la premessa della battaglia che va fatta»

Matteo Renzi atteso allo scontro con la minoranza del Pd a Largo del Nazareno. Con una richiesta prima di tutto, ma solo dei bersaniani: lascia la segreteria del partito e resta solo presidente del Consiglio. Lo spiega, senza giri di parole, lo stesso Pier Luigi Bersani a Il Dubbio: «La separazione degli incarichi tra segretario del Pd e premier? No, non è la madre di tutte le battaglie. Ma è la p-r-e-m-e-s-s-a (scandisce bene la parola ndr) della battaglia che va fatta». Alza l’indice: «Primo: sulla linea politica; secondo: sul partito e il suo radicamento nel territorio, perché così davvero non ci siamo… ». Bersani, prima di rientrare nell’aula di Montecitorio, scuote la testa, dopo aver affidato a Il Dubbio poche ma incisive parole che però indicano la linea che seguirà l’opposizione interna alla prima direzione del Pd, dopo la sconfitta elettorale “senza attenuanti” (parole dello stesso Renzi dopo le Amministrative), convocata per venerdì 24 giugno. L’ex segretario del Pd, padre nobile della minoranza interna, insieme di fatto con Massimo D’Alema, che all’ex premier piaccia o no,  (si dice fuori da tutto e alle riunioni di direzione preferisce non partecipare più: «Non servono a niente») è determinato. Il fedelissimo bersaniano Roberto Speranza, finora candidato a fare l’anti-Renzi al congresso dopo il referendum, ha già rimesso sul piatto la fatidica questione: «Renzi scegli se fare il segretario o il premier». Non è dello stesso avviso però l’altro leader dell’opposizione, Gianni Cuperlo, che preferisce mettere al centro “la linea politica”. Le due minoranze avranno (bersaniani e area dem di Cuperlo) avranno riunioni separate. Ma li accomuna anche la richiesta di cambiare l’Italicum che suona un po’ come condizione per votare sì al referendum di ottobre.E però tra i rari fedelissimi rimasti a D’Alema ci sono fonti di rango che a Il Dubbio fanno notare: «Chiedere a Renzi di abbandonare il partito significa andare a sbattere». Perché? Risponde la fonte: «Perché tutti ma proprio tutti e quindi anche loro approvarono con Walter Veltroni segretario (fondatore nel 2007 del Pd ndr) nello statuto la norma secondo la quale il premier è anche il candidato premier. E allora? Bersani a Il Dubbio ribatte: «Non venite a ricordarle a me queste cose, eh! Sono stato proprio io di fatto a scindere i due incarichi. Perché concessi a Renzi, come è noto, la deroga di poter correre alle primarie come candidato premier! Concessi quindi a lui la chance di potersi candidare alla presidenza del Consiglio, ma con me che restavo segretario del Pd. Sono cose da tener bene a mente».Ma intanto quali cambiamenti di linea Renzi dovrebbe apportare? Spiega il fedelissimo di Bersani Nico Stumpo: «Da queste elezioni emerge che i giovani, nonostante il jobs act, a Renzi hanno preferito il M5s; i pensionati neppure lo hanno seguito perché vagano tra pensione minima, spettro che gli venga tolta quella di reversibilità e paura di dover contrarre un prestito per lasciare il lavoro in anticipo; poi, la confusione sugli 80 euro: chi l’ha avuti e chi li ha restituiti. E ancora: bene vincere nelle zone borghesi, accadeva anche con il Pci di Enrico Berlinguer, ma nelle periferie è un disastro da ogni punto di vista, anche quello politico: non c’è più neppure una sezione… ».Il problema del radicamento nel territorio, che Bersani, sottolinea subito con Il Dubbio c’è, anche per chi della minoranza non fa parte e anzi ricopre un ruolo importante nella segreteria, come Emanuele Fiano, responsabile per il Pd delle riforme e indicato dal borsino del Transatlantico di Montecitorio, come papabile alla sostituzione di Rosy Bindi (quando le scadrà il mandato) alla guida della commissione Antimafia. Fiano con Il Dubbio difende innanzitutto Renzi e le sue riforme: «Non deve retrocedere, per questo ha già detto che bisogna innovare di più». Ma aggiunge diplomaticamente: «Non mi piace dire che la vittoria del Pd nella mia Milano sia un modello. Però lì abbiamo vinto non solo perché ereditavamo una buona amministrazione, ma anche perché siamo stati sempre presenti capillarmente sul territorio». Quanto alle possibili sostituzioni o cooptazioni negli organismi dirigenti, che, secondo le cronache vedrebbero la fuoriuscita dalla segreteria dei renzianissimi Ernesto Carbone e Debora Serracchiani nessuno dice di saperne qualcosa. Comunque non sarebbe questione rapida. Ma malumori ci sarebbero anche nell’area dei Giovani Turchi, stretta tra maggioranza e minoranza. Recentemente il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha sottolineato la necessità di una maggiore «attenzione nel rapporto con i corpi intermedi», i sindacati innanzitutto. E lo stesso Matteo Orfini, capo dei Giovani Turchi, ma soprattutto presidente del Pd e commisssario per il partito a Roma, dopo la “scoppola Capitale”, che sarebbe un po’ difficile attribuire tutta a lui, a Il Dubbio affida un sibillino: «In direzione discuteremo. E davvero… ». Ai suoi avrebbe detto: «Ho fatto il possibile, non mi rompano il c… ». L’alternativa sarebbe quella gattopardesca del tutto cambi perché nulla cambi. Ma, nella minoranza si sussurra che il vero coup de theatre sarebbe il ritorno alla riunione di direzione di D’Alema, versione “Conte di Montecristo”.