Palazzo 16 Jun 2016 19:16 CEST

Tra alibi presunti e resa dei conti, Renzi prepara il dopo

Se dopo aver perso Napoli, il premier dovesse perdere anche Roma e Milano (o addirittura Torino, saerebbe complicato fermare la pressione della minoranza

C’è chi ironizza sulla decisione di Matteo Renzi, a quattro giorni dai ballottaggi, di aver voluto convocare il Consiglio dei ministri per varare un provvedimento punitivo nei confronti dei dipendenti pubblici, ancorché fannulloni. Ma è un esercizio inutile. Il premier è fatto così: se crede che un’azione sia giusta non si pone limiti. E pazienza se la norma sconta un tasso di impopolarità. Non successe lo stesso con le Unioni Civili, allorché il capo del governo non esitò a polemizzare con il Vaticano, sfidandone l’ira? Inoltre la legge contro i dipendenti infedeli va a braccetto con la celebrazione del No Imu day: «Le chiacchiere stanno a zero, le tasse calano e i dati lo confermano», taglia corto Matteo. Per non parlare della legge sul Dopo di Noi, sul Terzo settore e via dicendo.Se dunque il quadro è questo, Massimo D’Alema deve avere le traveggole quando accusa Renzi di cercare capri espiatori in vista di una possibile sconfitta sui sindaci a Roma e Milano.Altrimenti si dovrebbe credere che, nonostante i numeri in Direzione siano ridottissimi, sul territorio il peso dell’opposizione interna è tale da poter determinare il risultato elettorale e far pendere la bilancia a favore del candidato dei Cinquestelle o del centrodestra. «Massimo venga a dare qualche volantino con noi», dice caustico Matteo Orfini, che D’Alema lo conosce bene per passate importanti collaborazioni politiche. E’ davvero così che si recuperano i dieci punti di distacco dalla Raggi nella Capitale?Veniamo al punto. E’ evidente che tra dentro al Nazareno qualcuno si sta sbagliando. Come pure è evidente che la tensione tra maggioranza e sinistra è salita ben oltre il limite di guardia. E che lo scontro esploso sui giornali con tanta virulenza prima ancora che si aprano le urne del secondo turno, rappresenta un pessimo segnale. Per l’adesso e soprattutto per il dopo.La ragioni sono evidenti. Il premier resta inchiodato sul refrain per cui quelle in corso sono solo elezioni locali che non avranno ripercussioni sul quadro nazionale qualunque sia il loro esito. Ma, appunto, le iniziative legislative e lo scontro con l’ex leader del Pds dicono il contrario e sono la spia di un nervosismo che non troverebbe spiegazioni di fronte a suggestioni di vittoria nelle urne. E’ invece presumibile che tra le motivazioni per spiegare una eventuale sconfitta, Renzi porrebbe ai primi posti proprio il disimpegno, se non addirittura il gioco contro, della minoranza.Ma se davvero il risultato fosse quello, se cioè dopo aver già perso Napoli, domenica sera anche Roma e Milano (o addirittura Torino) segnassero risultati negativi, risultarebbe complicato rigettare lo spauracchio di un possente colpo di maglio sulla leadership renziana. Sul ruolino di marcia di chi «vuole vincere sempre» piomberebbe uno stop dagli esiti inquietanti. E’ una parte, quella dello sconfitto, che il presidente del Consiglio non intende recitare.Magari però non andrà così. Forse Beppe Sala soffierà sul filo di lana palazzo Marino a Stefano Parisi. E sotto la Mole, Piero Fassino resterà ben saldo sulla poltrona di primo cittadino. Ciò non placherebbe le acque dentro al Pd. Tutt’altro. La battuta di D’Alema: «Se vincono i Sì al referendum, Renzi ci caccia dal partito», forse non sarà stata pronunciata in questi termini ma tuttavia contiene un forte seme di verità. Comunque la si consideri, infatti, e qualunque giudizio se ne voglia dare, è evidentre che una guerriglia interna così cruda e autolesionista non solo Renzi bensì il Pd stesso non se la può più permettere. L’immagine mediatica che viene continuamente rilanciata, e cioè di una forza politica eternamente squassata da liti e percorsa da lacerazioni, è fin troppo tafazziana e non può prolungarsi fino alle elezioni politiche. Per cui se il premier vince «la madre di tutte le battaglie» di ottobre, è evidente che, come peraltro già annunciato, convocherà a tamburo battente il congresso e che a quel punto le assise, più che l’occasione di un confronto tra programmi e strategie, diventeranno teatro di una resa dei conti definitiva, senza prigionieri.Cosa sia in grado di opporre la minoranza – che non va dimenticato è sfrangiata – ad una simile tabella di marcia è difficile da dire. Presumibilmente assai poco. E’ per questo che l’offensiva, di qualsiasi genere sia, va impostata e messa a fuoco adesso, non appena le urne amministrative avranno decretato il loro verdetto.