Sport 30 May 2016 18:13 CEST

Nibali e Aru, gioco di coppia

Il messinese, dopo il successo al Giro, sarà con il sardo al Tour. Pronti a far rivivere i duelli come quelli tra Girardengo e Binda, Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci, Pantani e Armstrong

Da bollito a campionissimo: nel giro di pochissimi giorni Vincenzo Nibali ha riscritto la storia del ciclismo italiano. In 48 ore, quando ormai sembrava spacciato con più di quattro minuti di ritardo dalla maglia rosa, ha saputo riconquistare la leadership del Giro d’Italia e anche la stima di chi in lui, e nel suo talento, già iniziava a non credere più. Trionfare per la seconda volta in carriera al Giro, vincendo con il cuore oltre che con le gambe, è stata la sua grande rivincita. Non ha avuto semplicemente rivali, perché nel momento in cui ha superato il momento critico e le sue gambe hanno iniziato a mulinare, nessuno ha saputo resistergli in montagna, né Valverde, né il giovane colombiano Chaves, né nessun altro. Una volta terminati questi giorni di gloria non ci saranno però vacanze in arrivo per lo "Squalo dello Stretto", visto che al Tour de France ci sarà anche lui, così come l’altro azzurro Fabio Aru, più che astro nascente ormai una certezza per il ciclismo italiano. Nibali, pare, vestirà i panni del gregario, pronto a supportare il compagno di squadra. Ma, molto più probabilmente, il fresco vincitore del Giro d’Italia ricoprirà il ruolo di secondo capitano, pronto magari ad approfittare di una defaillance di Aru per puntare ad una storica doppietta, vincere nello stesso anno in Italia e in Francia, impresa riuscita a Marco Pantani nel 1998. Senza dimenticare le Olimpiadi di Rio, altro grande appuntamento estivo.Siamo pronti, dunque, a un altra sfida. Del resto il ciclismo, così come altri sport, ha sempre vissuto di dualismi, di grandi personaggi che difficilmente avrebbero voluto dividere i palcoscenici con i rivali. Non esiste però un vincitore senza sconfitto, non esiste la gioia del primo senza la delusione di chi segue. All’immagine di un corridore con le braccia alzate al cielo fa sempre da contraltare la testa piegata dello sconfitto, sguardo a terra. È sempre stato così, e la storia delle due ruote a pedali non fa certo eccezione.Decennio dopo decennio, il ciclismo ha trovato magistrali interpreti di questo sport, pronti a duellare per prendersi lo scettro del migliore. Tutto questo a partire dagli albori delle grandi corse a tappe. Il primo grande dualismo tutto tricolore il Belpaese lo visse nel 1925. Costante Girardengo aveva saputo costruirsi la fama di "campionissimo" grazie ai trionfi al Giro d’Italia e alla Milano-Sanremo nei primi anni del post Prima Guerra Mondiale. Semplicemente era il migliore. Poi però sulla sua strada incontrò qualcuno più forte di lui, Alfredo Binda. Un corridore formidabile. E Girardengo capì proprio in quell’anno, dopo aver perso il Giro d’Italia a scapito del giovane rivale, che la sua carriera aveva iniziato l’inesorabile declino. Dal 1925 in poi Binda non ebbe rivali: cinque trionfi al Giro e una edizione del 1929 talmente dominata (ben otto successi di tappa consecutivi!) che indusse gli organizzatori della corsa rosa a convincerlo di rimanere a casa l’anno successivo, pur pagandogli l’intero premio del vincitore.Della rivalità tra Coppi e Bartali è già stato detto praticamente tutto. Logico metterli uno contro l’altro: Coppi e Bartali erano di fatto due poli opposti, nel modo di vivere e di pensare. Ad accomunarli erano però la grande passione per i pedali, il talento, la voglia di vincere e, in fondo, anche una tragedia, quella di aver perso un fratello proprio per "colpa" del ciclismo. La loro rivalità non era soltanto ciclistica, coinvolgeva l’Italia intera anche a livello culturale e politico. Entrambi hanno trionfato al Giro e al Tour prima e dopo la Seconda Guerra mondiale, che ha tolto sicuramente loro la possibilità di arricchire il palmares. Chi non ricorda il famoso scatto del 1952? Quella foto nella quale i due campionissimi si passano una bottiglia d’acqua durante una tappa del Tour (e anche qui si potrebbe aprire un dibattito: chi la passò a chi?) è un simbolo eterno di una rivalità vissuta, sì, ma sempre nel massimo rispetto dell’avversario e all’insegna del fair play. Una leggenda da tramandare generazione dopo generazione.Nella seconda metà degli anni Sessanta nacque il dualismo tra Gimondi e Merckx. L’italiano, corridore completo, tatticamente saggio, ha ottenuto tanti successi nel corso della sua prestigiosa carriera, è uno dei pochi capace di imporsi in tutte e tre le grandi corse a tappe. Il suo palmares però avrebbe potuto essere molto più ricco se non ci fosse stato il grande rivale Merckx (ben 426 le vittorie totali in carriera!). Da qualcuno considerato addirittura più forte di Coppi, il belga era un vero e proprio cannibale e non è un caso che questo soprannome ancora lo accompagni. Agli avversari non lasciava nemmeno le briciole, la sua ostinazione alla vittoria l’ha portato più volte al trionfo nelle grandi corse a tappe e alla conquista di ben sette Milano-Sanremo. È il 1969, quando Merckx sembra avviato all’ennesimo trionfo al Giro d’Italia. A Savona, però, il "cannibale" viene trovato positivo a un controllo antidoping, che fa ordire al complotto (all’epoca i ciclisti in genere venivano anche dissetati dal pubblico: qualcuno aveva forse messo delle sostanze proibite nell’acqua?). Scatta la squalifica e in maglia rosa finisce Gimondi: l’italiano non volle indossare il simbolo del primato, ma alla fine fu lui a conquistare il Giro. Merckx tornò più forte di prima, vincendo il Tour ‘69 ed entrambe le corse a tappe l’anno successivo, quando Gimondi chiuse il Giro al secondo posto. O al primo dei terrestri, fate voi. Proprio come ai mondiali del 1971, a Mendrisio: Merckx in volata ha la meglio ancora una volta su Gimondi. Insomma non ci fu proprio niente da fare contro il fiammingo. Il palmares di Gimondi, comunque, rimane da far invidia: 3 Giri, un Tour, una Milano-Sanremo, un mondiale e anche un titolo di campione italiano.Acuita dai media, ma tremendamente reale, anche la rivalità tra lo "sceriffo" Moser e il "giaguaro" Saronni, anche se i due proprio non riuscivano ad andare d’accordo. Entrambi sono stati grandi protagonisti a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta e, proprio come Coppi e Bartali, riuscirono a dividere l’Italia in due. Il dualismo nacque in una corsa del 1977, il Pantalica: Moser, ostacolato nella volata finale da una moto della polizia, fu beffato al traguardo dal semi-sconosciuto (allora) Saronni. Una sconfitta vissuta quasi come un oltraggio. Moser, già affermato corridore e più anziano, al Giro del 1979 partiva da grande favorito. Ma alla fine a imporsi fu proprio Saronni, corridore elegante e completo, forte anche a cronometro. Da quel momento in poi i due hanno battagliato per quasi un decennio, vivendo in modo quasi complementare, stimolandosi a vicenda nella ricerca del primo posto. Ma c’è chi giura che entrambi, proprio a causa della loro rivalità «Per mia fortuna c’è stato Saronni e io con lui. Altrimenti ci sarebbero stati altri al nostro posto e sarebbe stato molto peggio» ha ammesso candidamente Moser in una intervista datata 2008. In ogni caso, due mostri sacri delle due ruote a pedali: un Giro per Moser, due per Saronni nel palmares.Forse più gonfiata dalla stampa che reale fu la rivalità tra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci. Siamo all’inizio degli anni Novanta e due italiani irrompono sulla scena del grande ciclismo. Due corridori diversi, uno schivo e riservato, l’altro un guascone del gruppo: facile metterli uno contro l’altro. Bugno era un corridore completo, tant’è che oltre ad essere protagonista nelle grandi corse a tappa vinse per due volte il titolo di campione del mondo e riuscì a farsi valere anche nelle grandi classiche. Chiappucci era invece un vero e proprio grimpeur, quello che faceva innamorare il pubblico con i suoi scatti in montagna. L’esplosione dei due fu quasi contemporanea: Bugno vinse nel 1990 la Milano-Sanremo e poi il Giro d’Italia, Chiappucci invece sfiorò la conquista del Tour de France, beffato soltanto da Greg Lemond. Due italiani tra i big, entrambi in lizza per Giro e Tour, specie nel ciclismo moderno non è cosa di poco conto. Eccoli, allora, l’uno contro l’altro l’anno successivo. Forti e ambiziosi. Ma a volte non basta. Chioccioli li beffa entrambi al Giro 1991, poi trovano sulla loro strada un corridore più forte, praticamente imbattibile. Miguel Indurain ha dominato i primi anni Novanta, guadagnando minuti su minuti a cronometro per poi difendersi in montagna. Bugno non è riuscito a fare il salto di qualità, la generosità di Chiappucci sulle grandi salite invece non è bastata. Tradotto in soldoni: sia Bugno che Chiappucci dovettero accontentarsi dei posti rimasti sul podio, la loro rivalità non decollò.Anche perché nel frattempo si andava facendo largo un giovane scalatore, un altro di quei corridori destinati a rimanere per sempre nella storia del ciclismo, ovvero Marco Pantani. Forse il più grande scalatore di tutti i tempi, capace di piazzarsi sul podio sia al Giro che al Tour nel 1994 e di continuare nel suo percorso di crescita che lo porterà poi a firmare la storica doppietta del 1998, quando si impose in entrambe le corse a tappa. Proprio quell’anno tornava a correre, alla Vuelta, Lance Armstrong. Americano, amato e applaudito quando nel 1995 vinse una tappa al Tour dedicandola al compagno di squadra Casartelli, morto soltanto qualche giorno prima cadendo nella discesa del Portet-d’Aspet. Un cancro ai testicoli lo mise fuori gioco, ma nel 1998 Armstrong tornò a correre. L’anno successivo fu per Pantani nefasto: l’ematocrito alto a Madonna di Campiglio lo fece escludere dal Giro quando ormai aveva la maglia rosa in pugno (e lasciamo a voi ogni commento su una vicenda della quale si continuerà a parlare per un secolo) e il "pirata", caduto in depressione, rinunciò a correre il Tour de France, vinto proprio da Lance Armstrong, al primo di una lunga serie di trionfi nella terra della Tour Eiffel (poi cancellati per la nota vicenda doping). Nel 2000 però, dopo aver fatto da gregario a Garzelli al Giro cercando di ritrovare la forma migliore, Pantani è al Tour. Ed è qui che nasce la sua rivalità proprio con Armstrong, destinata a durare pochissimo. L’americano è imbattibile, anche in salita la sua velocità rispetto agli avversari è doppia. Pantani però ci prova lo stesso, sul Mont Ventoux, il "monte calvo", perché il suo aspetto è quasi lunare, la vegetazione non trova spazio sulla roccia carsica. Ogni scatto di Pantani viene rintuzzato da Armstrong, già leader incontrastato della classifica generale, e i due arrivano al traguardo insieme, con il "pirata" che passa davanti all’americano. Un regalo della maglia gialla, che qualche giorno dopo sull’Izoard confermò di essere (allora) il più forte staccando tutti i rivali. Pantani non si abbatte, ormai la sfida è lanciata e c’è la vetta di Courchevel da conquistare. Il "pirata" fugge via, braccato da Armstrong e Virenque, che però dopo qualche chilometro deve mollare. Rimane l’americano, ma questa volta anche lui deve arrendersi all’orgoglio di Marco, primo sul traguardo. «M’era rimasta la rabbia per quella azione un po’ troppo esuberante: anche se si è il leader bisogna avere rispetto» disse a proposito dell’episodio dell’Izoard. Pronta la risposta di Armstrong: «Sul Ventoux pensavo di aver fatto la cosa giusta, di aver dato un tocco di classe. Ma adesso sono deluso per il comportamento e per le dichiarazioni di Pantani». Il Tour andò ad Armstrong, Pantani prima di morire non riuscì più a sfidarlo, visto che di fatto non riuscì più a correre nella corsa francese, nonostante fosse molto amato anche dal pubblico transalpino. Una rivalità soffocata.E ora? Il ciclismo sta cercando di restaurare la sua immagine, offuscata dai tanti scandali doping che hanno riscritto l’albo d’oro dei grandi giri, uno su tutti quello dell’appena citato Armstrong. Difficile trovare delle grandi rivalità al giorno d’oggi (anche perché ormai i big focalizzano tutte le loro energie su una sola grande corsa a tappe) ma l’Italia punta molto su Nibali e sull’astro nascente Fabio Aru, per due volte sul podio al Giro. Nibali invece la corsa rosa l’ha vinta, così come ha vinto anche il Tour de France. Proprio come Alberto Contador, spagnolo, uno dei corridori più forti in circolazione. Eccolo, un possibile dualismo. Andato già in scena al Tour 2015, con Contador voglioso di firmare una storica doppietta dopo essersi già aggiudicato il Giro, mentre Nibali aveva puntato tutto sulla Grand Boucle. Tra i due litiganti, di solito, il terzo gode: regola rispettata, visto che alla fine a vincere in Francia è stato il britannico Froome. Nibali ha chiuso al quarto posto nella classifica generale, proprio davanti a Contador, crollato nelle ultime tappe. E ora ci aspetta un grandissimo Tour 2016: Nibali con Aru, Contador contro l’Italia. Sarà grande spettacolo sulle Alpi e sui Pinerei: che vinca il migliore.