Focus 12 May 2016 19:19 CEST

Abbiamo scordato Giorgiana Masi, uccisa nel ‘77 nel giorno di festa

In piazza per la storica vittoria del referendum sul divorzio. Ma una ragazza, negli scontri con la polizia, finisce a terra a Ponte Garibaldi. Oggi chi se la ricorda?

Si potrebbe dar vita, chissà, a una rubrica dal titolo: “A futura amnesia”. Penso alla giornata del 12 maggio di anni che si vanno scolorendo nella memoria: il ‘77, quello che accade in quel plumbeo pomeriggio a Roma, tra piazza Navona e Trastevere… Quante volte mi sono sentito raccontare, da chi non c’era, quei fatti, quelle ore; a me, che ero uno di quell’ormai sparuto gruppo di radicali che quel giorno voleva festeggiare la storica vittoria del referendum sul divorzio.Il fronte clerico-fascista capeggiato da Amintore Fanfani e Giorgio Almirante, fattivamente sostenuto dal Vaticano, voleva cancellare la legge Fortuna-Baslini conquistata grazie al determinante attivismo dei radicali, dei socialisti, della Lega per l’istituzione del divorzio…Doveva, quel 12 maggio del 1977, essere un giorno di festa come quello del 1974, quando un enorme corteo di popolo romano sfila fino a Porta Pia e gli “ultimi” sono ancora a piazza Navona, tanti erano; e si fa tappa davanti al “Messaggero” occupato dai suoi giornalisti in lotta, quel “Messaggero” che il giorno prima esce in prima pagina con un enorme: “Vota No”, e questa sua chiara scelta liberale, libertaria, progressista, pagherà…Doveva, quel 12 maggio del 1977, essere un giorno di festa per raccogliere le firme per altri referendum: per abrogare finalmente una quantità di leggi eredità del fascismo, illiberali, sbagliate, liberticide, criminogene…Un giorno di festa analogo a quando, la notte tra il 30 novembre e il 1 dicembre 1970 la legge viene approvata dal Parlamento, e una fotografia storica mostra Pannella e i radicali festeggiare davanti a Montecitorio, fiaccole accese; e una è “brandita” da Argentina Marchei: popolana romana, trasteverina, più vicina agli 80 anni che ai 70, un marito che dopo averla sposata se ne va chissà dove; e lei si ricrea una famiglia, madre e nonna, ma “fuori-legge”. Il suo compagno era ormai malato, volevano sposarsi prima di separarsi definitivamente. Quella notte, con le gambe piene di vene varicose, esibisce con orgoglio la tessera comunista del 1922, e quella dei radicali e della Lid, dal 1965 al 1970.Doveva, quel 12 maggio del 1977, essere un giorno di riposo e senza troppi pensieri, e invece già nel primo pomeriggio la brutale carica dei carabinieri, e poi le botte da parte di funzionari del primo distretto di polizia che hanno gioco facile a massacrare chi reagisce solo sdraiandosi per terra; e un arresto per resistenza e oltraggio che poi decadono al processo, perché la stessa persona che ti arresta dice che non c’è stata né l’una né l’altra, ma intanto sei giorni nel carcere di Regina Coeli te li fai, e incontri un’umanità che mai ti aspetti di trovare, e varcando quei “tre scalini” diventi davvero cittadino romano…Mentre chi non c’era ti racconta come qualcuno gliel’ha raccontata quella che è anche la tua storia, ecco che ti chiedi: Giovanni Santone, un Carneade che trentanove anni fa diventa un simbolo, che fine ha fatto? Una celebre fotografia lo ritrae pistola in mano, maglione bianco attraversato da una vistosa striscia nera, borsa di Tolfa a tracolla, mentre su indicazione di una persona in borghese, ma di tutta evidenza poliziotto, corre in direzione del fotografo; alle spalle un altro poliziotto, in tenuta antisommossa.Quel 12 maggio 1977, alla fine, una ragazza, Giorgiana Masi, resta sul terreno, centrata da un colpo di pistola, all’altezza del ponte Garibaldi. Uccisa nel tardo pomeriggio, ma disordini e tafferugli sono scoppiati molte ore prima.In programma c’è un concerto a piazza Navona, per festeggiare e raccogliere le firme. Dal Viminale (il ministro dell’Interno è Francesco Cossiga) viene, perentorio, il divieto, assurdo, immotivato. Non c’è alcuna minaccia all’ordine pubblico, i poliziotti per primi sanno che quando a manifestare sono i radicali possono star tranquilli, al massimo resistenza passiva: ci rimettono soprattutto i vestiti dei manifestanti che vengono trascinati al "cellulare" e condotti al vicino Primo Distretto. Quel pomeriggio no: tutto il centro di Roma è blindato, poliziotti e carabinieri in assetto di guerra, piazza Navona e dintorni inaccessibili.Per futura amnesia: alle 16, all’altezza del Senato, un energumeno in borghese senza qualificarsi e dire una parola, ti dà  un paio di cazzotti all’altezza dello stomaco, che neppure Mike Tyson arrabbiato. Poi ti afferra per le braccia e ti ritrovi dentro un cellulare, arrestato.Per futura amnesia: quel pomeriggio il centro di Roma è sconvolto da una vera e propria guerriglia. Un potere senza volto e senza nome ha cura di predisporre in modo massiccio gli "antiguerriglieri", e, insieme, i "guerriglieri". Perché quel giorno gli Autonomi si comportano da radicali nonviolenti: al massimo qualcuno di loro, e dopo ore e ore di provocazioni, lancia qualche sanpietrino. Ma a sparare sono agenti di polizia o carabinieri travestiti da Autonomi: “Agenti travestiti da lupi che qualcuno voleva fossero lupi”, denuncia Pannella; non è una presunzione, piuttosto una certezza: grazie a un filmato e decine di testimonianze poi raccolte in un libro bianco curato e pubblicato dal Partito Radicale, è possibile provare che poliziotti infiltrati prendono ordini e forse si riforniscono di proiettili in mezzo a riconoscibili funzionari. Qualcuno del potere senza volto e senza nome ha programmato una strage che per fortuna non c’è. Ma Giorgiana Masi viene comunque uccisa e nonostante denunce, inchieste, processi non si riesce a dare un nome a chi spara, quel pomeriggio, ad altezza d’uomo, per uccidere. E neppure i mandanti: chi vuole quei lupi travestiti da lupi.Anni dopo Cossiga, che ha sempre puntato il dito contro i settori di Autonomia, ammette di essere stato ingannato. Da chi, come, perché sarebbe stato ingannato, è uno dei tanti misteri italiani. E trentanove anni dopo, almeno noi che quel giorno c’eravamo, siamo ancora qui, a farci le stesse domande, a cercare risposte agli stessi interrogativi di allora. E con amaro divertimento, con divertente amarezza ci tocca ascoltare le storie raccontate da chi, quella storia, non l’ha vissuta. Appunto: per futura amnesia.