Focus 9 May 2016 14:58 CEST

Il 9 maggio 1978 veniva trovato il corpo di Aldo Moro

“Andate in via Caetani, c’è una Renault rossa…”

Sono passati 38 anni dal 9 maggio che sconvolse la Repubblica. Il corpo dell'onorevole Aldo Moro, crivellato da 11 colpi, veniva restituito dalle Brigate Rosse, dopo 55 giorni di prigionia e la condanna del "tribunale del popolo".IL SEQUESTROL'onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, viene rapito in via Fani il 16 marzo 1978, lo stesso giorno in cui il governo Andreotti chiedeva la fiducia in Parlamento.Nell'agguato, i brigatisti uccidono i due carabinieri e i tre poliziotti della scorta. Due giorni dopo, mentre al cimitero del Verano si svolgevano i funerali degli agenti, viene ritrovato il primo dei nove comunicati che le BR inviano durante i 55 giorni di sequestro. «Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l'accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.»(Comunicato n.1 delle Brigate Rosse)Da subito la politica italiana si schiera tra chi sostiene l'ipotesi di una trattativa per la liberazione del leader DC (il principale sostenitore del fronte possibilista è Bettino Craxi, con lui i radicali e la sinistra non comunista) e chi, invece, ritiene che non ci possano essere margini di legittimazione per i brigatisti (la maggioranza della DC, i socialisti e il PCI). Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrive 86 lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia e all'allora Papa Paolo VI, nella speranza di aprire una trattativa. Le Brigate Rosse, infatti, con il comunicato n. 8 propongono di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi. Un primo riconoscimento ai brigatisti arriva dal Papa, amico personale di Moro, che il 22 aprile rivolge un drammatico appello pubblico, nel quale supplica «in ginocchio» gli «uomini delle Brigate Rosse» di rendere Moro alla sua famiglia e ai suoi affetti «senza condizioni».Prevale però la linea della fermezza, secondo il quale la liberazione anche di un solo brigatista avrebbe significato la resa dello Stato, creando un pericoloso precedente.«Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato».(Comunicato n.9 delle Brigate Rosse)Nonostante – secondo quanto emerso nel processo – non tutti i brigatisti fossero d'accordo con l'omicidio, Aldo Moro viene ucciso con 11 colpi di pistola la mattina del 9 maggio 1978. Con una telefonata di Valerio Morucci, il corpo viene fatto ritrovare in via Caetani, nel portabagagli di una Renault 4 rossa, in pieno centro di Roma e a due passi dalle sezioni della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista.La famiglia Moro rifiuta ogni celebrazione ufficiale con la seguente nota: «Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia»LE BRIGATE ROSSE E I DUBBI SULL'INCHIESTAPer l'omicidio Moro vengono condannati 14 brigatisti – l'ultima, nel 2004 e Rita Algranati, la staffetta del commando in via Fani – e sono stati celebrati cinque processi. Condannati all'ergastolo i 4 brigatisti che spararono sulla scorta: Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari e Franco Bonisoli.Da subito, però, sorgono ipotesi di ulteriori forze occulte, che hanno tramato per eliminare l'onorevole Moro. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: "Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all'Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene, questa segnalazione fu trasmessa dall'Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l'altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questa brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro".