Televisione 9 May 2016 18:57 CEST

Gomorra è una serie folcloristica. Ridateci Elio Petri!

Oggi comincia su Sky la seconda stagione della serie televisiva campione di ascolti

Nel cuore nero degli spot di Sky vedo brillare il logo di Gomorra, e subito, idealmente, la mano corre sulla bocca, a trattenere lo sbadiglio. L’ennesima serie dedicata al capoluogo televisivo della provincia criminale di genere è in arrivo.Lo scopro appunto dagli spot. Un genere che gronda retorica glamour. Continui. Martellanti. Ossessivi. Più di una vedetta dei casalesi, più di un killer di Scampia. Spot impossibili da evitare, se è vero che sembrano darti la caccia quasi come un sicario professionista in servizio sul litorale della programmazione primavera-estate. Di cosa si tratta? Semplice. Di un sequel del sequel. La coda della lucertola letteraria savianiana, dopo essere stata tagliata dal successo editoriale planetario, si è subito riprodotta in mille e ancora mille esemplari. Neri come la pece e l’acqua di spurgo. Si tratta di cloni, repliche, sottomarche, manierismi che fanno rimpiangere gli antichi poliziotteschi. Dunque Gomorra è diventato un brand, uno sticker, un tatuaggio, un banner, un must. Al momento, se ci è concesso un paradosso commerciale, manca soltanto un profumo che innalzi quel fetido nome sulla propria fragranza da sottoscala B. D’altronde, dopo “Arrogance” potrà starci pure “Gomorre”, o no? Generi e sottogeneri, filoni e ancora filoni. Mode che conquistano i palinsesti. Come già nel caso delle mille bande della Magliana e della Maglianella. E qui c’è da intuire il brillio nelle pupille dei produttori. Tra Gomorra e Magliana, se è vero che perfino sotto Carnevale quelle maschere prendono forma in strada, è come in atto un ideale gemellaggio commerciale: c’è il Libanese e c’è Savastano. Mi dicono: sai, sono assai ben fatte, così ben fatte da poter concorrere con i grandi serial Made in Usa. Obiezione: e se questa fosse un’aggravante culturale – un segno d’omologazione – per nulla generica?C’è stato un tempo in cui, penso agli anni del grande cinema civile di denuncia – penso proprio a Francesco Rosi di Salvatore Giuliano e Le mani sulla città, penso ancora a Elio Petri di Todo modo, penso infine a Giuseppe Ferrara di Il sasso in bocca – in cui, appunto, i film fiancheggiavano con un altissimo profilo espressivo la lotta alla mafia e alla camorra, erano pellicole che riuscivano a brillare accanto ai titoli di prima pagina dei giornali impegnati nella battaglia per la legalità, penso segnatamente al ruolo che ebbe in Sicilia una testata come L’Ora di Palermo. Erano film, ma funzionavano meglio di mille editoriali o faldoni della Commissione Antimafia. E adesso? Adesso la sensazione è quella del folclore, del genere, del compiacimento spettacolare, un po’ come la china discendente del vecchio western: chi lo sa più dov’è il bene, chi lo sa più dov’è il male, chi sa più riconoscere un gringo dall’altro gringo? Dove l’etichetta “cult” aggiunge luogo comune a luogo comune. E poi, lasciatemelo dire, le immagini di violenza si esauriscono in se stesse, sono puro orrore privo di catarsi. Ma che dico, vorrei essere ancora più esplicito: il birignao, la maniera è tale e tanta che alla fine sembra di immaginare che il committente del prodotto sia davvero la proloco di una cittadina dell’immensa provincia spettacolare italiana che prende nome di Gomorra. Con i suoi sceneggiatori, con i suoi assessori all’annona. Pietà, ridateci il vecchio onesto sceneggiato con Adolfo Celi nei panni di Petrosino.