Focus 4 May 2016 17:46 CEST

Uber, il Viminale conferma: «Divieto per i privati di svolgere servizio taxi»

Tutto quello che c’è da sapere su Uber, il servizio di car sharing proibito dal Tribunale di Milano dopo il ricorso dei tassisti

Il Ministero dell'Interno conferma la linea intransigente nei confronti del servizio di trasporto Uber, contestato anche in Italia dai taxisti: "La linea già stabilita da diverse Prefetture di contrastare in maniera chiara chi utilizza un mezzo privato per svolgere un servizio pubblico non autorizzato – si legge in una nota – resta pienamente confermata. Non esiste nessuna circolare che consentirebbe di non sanzionare il servizio "Uber pop" (i privati che, con le loro macchine, si improvvisavano tassisti), semmai esiste una circolare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, inviata l'11 marzo del 2016, con il chiaro intento di trasmettere il parere del Consiglio di Stato secondo il quale viene mantenuta l'applicabilità della sanzione prevista dall'art. 82 del Codice della Strada nei confronti del conducente del veicolo utilizzato per trasporto di persone ed effettuato attraverso nuove forme di organizzazione e gestione telematica Uber e Uber pop".Come funziona Uber popInizialmente, la società californiana si occupava solo di gestire l’intermediazione tra clienti e autisti di Ncc. Dal gennaio 2015, è stata introdotta anche in Italia l’opzione Uber Pop.Il servizio permetteva ad ogni proprietario di un’auto di diventare “driver” Uber, procacciandosi clienti attraverso l’applicazione e trasportandoli a pagamento, senza bisogno di licenza. Uber svolgeva il ruolo di intermediario, mettendo in contatto il guidatore con il cliente e gestendo il pagamento, effettuato sempre mediante carta di credito. Dopo sei mesi di operatività, però, il tribunale di Milano ha imposto il blocco di Uber Pop. La sentenza è stata pronunciata a seguito di un ricorso cautelare, proposto dalle associazioni di categoria dei tassisti milanesi.Il "caso Uber"Illegale. Così i giudici del Tribunale di Milano hanno definito Uber Pop, sospendendo il servizio di car sharing in tutto il territorio nazionale, nel maggio 2015. L’azienda californiana ha rispettato la sentenza, oscurando dalla propria applicazione il servizio taxi effettuato dai privati.Il giudice della sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano ha accolto il ricorso, accertando la «concorrenza sleale» di Uber. Secondo l’ordinanza, infatti, l’attività svolta era «interferente con il servizio taxi organizzato dalle società, svolto dai titolari di licenze», e la richiesta «di trasporto trasmessa dall’utente mediante l’app Uber Pop appare di fatto del tutto assimilabile al servizio di radio taxi». La «mancanza di titoli autorizzativi» da parte degli autisti Uber Pop, come invece prevedono le leggi sui servizi di trasporto, comporta «un effettivo vantaggio concorrenziale» per il gruppo Uber e uno «sviamento di clientela indebito». La decisione di sospendere il servizio e il rigetto dell’opposizione proposta da Uber hanno riportato al centro del dibattito pubblico un tema che ciclicamente torna all’ordine del giorno: la liberalizzazione del mercato dei trasporti.Il vuoto normativoL’ordinanza del tribunale di Milano ha eliminato di fatto un servizio di car sharing economico per i cittadini di Roma, Milano, Firenze, Torino e Genova.Per questo, a fare da contraltare alla soddisfazione dei tassisti sono intervenute le associazioni dei consumatori. «È impensabile che un paese moderno possa essere privato di sistemi innovativi come Uber, che rispondono ad esigenze di mercato e sfruttano le nuove possibilità introdotte dalla tecnologia. Così facendo – ha affermato in una nota il presidente del Codacons Carlo Rienzi – si finisce per produrre un duplice danno al consumatore finale: da un lato una minore scelta sul fronte del servizio, dall’altro tariffe più elevate per effetto della minore concorrenza».Il costo della licenzaLa regolazione del mercato dei trasporti in Italia, infatti, è ferma da più di vent’anni: l’ultima legge che regola il trasporto taxi ed Ncc risale al 1992 e fissa un limite al numero delle licenze stabilito da ogni comune. Il risultato è un mercato bloccato, in cui l’ultima autorizzazione Ncc rilasciata nella Capitale è del 1993. Oggi, quindi, le licenze vengono trasferite tra privati, a costi esorbitanti: per i taxi, una licenza nel comune di Roma costa circa 180 mila euro. Rilevare, invece, una licenza Ncc per il comune di Roma costa tra i 70 e i 90 mila euro, vettura esclusa.Proprio il costo così alto della licenza pagato dai tassisti ed Ncc regolari spiega il perché di una così strenua opposizione a Uber Pop e a tutti i servizi di car sharing tra privati. Opposizione che, almeno per ora, ha dato i suoi frutti ma che rischia di diventare sempre più velleitaria.Il nuovo modello di trasporto condiviso, infatti, sta rapidamente prendendo piede in tutto il mondo e il mercato italiano diventerà presto terreno di conquista anche per le dirette concorrenti di Uber: la statunitense Lyft, la cinese Didi Kuaidi e l’indiana Ola.